David Herbert Lawrence.
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L'amante moderno.
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Traduzione di: EUGENIO GIOVANNETTI.
1945. Jandi Sapi Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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L'AUTORE.
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David Herbert Richards Lawrence (Eastwood, 11 settembre 1885  Vence, 2 marzo 1930)  stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, saggista e pittore inglese, considerato tra le figure pi emblematiche del ventesimo secolo. Insieme a diversi scrittori dell'epoca, fu tra i pi grandi innovatori della letteratura anglosassone, soprattutto per le tematiche affrontate.
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Prefazione. di EUGENIO GIOVANNETTI.
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Al poeta e novelliere inglese D. H. Lawrence ha assai nociuto l'alone psico-analitico in cui la sua arte respirava. Era troppo artista, certo, il Lawrence per non vedere gli arbitri volgari di quella psicologia, e per non combattere le conclusioni d'una pseudo-scienza che presumeva d'elevare i fatti sessuali ad una fatalit universa quanto tenebrosa, mentre essi hanno in realt una limitata importanza nell'uomo e nella donna comune; ma, quando si combatte un nemico nelle sue pi astruse intenzioni, accade sempre d'assumere qualcuno dei suoi abiti mentali e dei suoi volti, e cos anche i personaggi lawrenciani parvero avere tutti qualcosa di freudiano e d'appartenere per troppi lati al psico-analitico gorgo.
Invero l'ombra d'una fatalit sessuale oscura gran parte dell'opera del Lawrence, come ottenebrava molti spiriti giovanili del suo tempo: ma i personaggi sono sovente qualcosa di meglio che manichini psico-analitici, come la sua rivolta contro l'idealismo estetico, che ha finito con un'ingessatura ipocrita del nostro costume, era qualcosa di meglio che la rivendicazione d'una libert sessuale in senso naturalistico. Questo grande avversario dell'idealismo estetico era insomma assai pi idealistico e mistico di quanto egli stesso s'immaginasse e di quanto il volgo dei lettori dell'"Amante di Lady Chatterley" (il pi disgraziato ed il pi letto tra i suoi romanzi) lo credesse.
Passata ormai la nebulosa psico-analitica, l'opera di questo ingenuo e cupo narratore, e ancor pi forse la sua etica originale, condensata in animosi trattatelli e diffusa nell'epistolario, s'elevano di giorno in giorno. I romanzieri, i poeti, gli artisti d'oggi perseguono il mito dell'Oasi della prefetta solitudine: e si vien scoprendo ogni giorno pi che a quel mito, all'ideale cio d'una liberatrice inviolabile solitudine dell'anima individuale, nessuno ha dato nel Novecento un impulso pi personale ed originale, che quello del Lawrence. Morto giovane, quest'uomo aveva perseguito tutta la vita l'economia d'un mistico alla Taulero, per cui un umile lavoro domestico valeva assai pi che qualsiasi intellettuale elocubrazione. Anche il poeta Lawrence, mistico ed idealista camuffato da naturista, insegu per tutta la vita un'umile laboriosa solitudine, ed il luogo in cui la trov meno fu forse proprio quel romito "rancho" di Taos nel Nuovo Messico, in cui s'era rifugiato con la moglie, e, peggio, con la propria insoddisfatta anima. Gauguin non aveva trovato, del resto, solitudine migliore nel Paradiso di Tahiti, n Vincent van Gogh fra gli ebbri girasoli del suo Eden dai mattinali colori.
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S'offre qui al lettore un gruppo di novelle giovanili del Lawrence, interessanti e poco note, in cui gli avveduti non istenteranno a riconoscere gi qualche manichino psico-analitico e qualche atmosfera fatalistico-sessuale, ma in cui  ritratto ancora con vivida efficacia, qualche mondo assai vicino all'esperienza vissuta del narratore: quello dei minatori, per esempio. Il Lawrence usciva da una famiglia di minatori: e forse nel primo aitante collier che si presenta qui, il narratore ha adombrato il padre. La madre era invece una delicata intellettualeggiante, che deve aver adorato per intuito (per fatalit sessuale, pensava invece il Lawrence) il pi spirituale tra i suoi figli.
Il materno dramma occupa, in ogni modo, uno dei primi e pi profondi romanzi del Lawrence: Sons and lovers. Seguirono altri di cui ricorderemo in questa breve notizia i maggiori: The Prussian officer (in cui il Lawrence adombra il padre della moglie), The Rainbow, Women in love, Aaron's rod, Kangaroo, The boy in the bush, St. Maur, The Women who rode away, The virgin and the gipsy, The man who lied, The lovely lady, ed infine quel Lady Chatterley's lover che dette al Lawrence una scandalistica e superficiale fama. Il poeta misticheggiante, l'epico idealista e affannato, l'etico rivoluzionario, sono ancora in gran parte da scoprire.
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Non si dimentichi intanto che tra i grandi scrittori del Novecento il Lawrence  quello che ha meglio conosciuto l'Italia, dove ha per anni vissuto, presso Firenze sopratutto. Il pi bel libro straniero sull'Italia  oggi, senza dubbio, il lawrenciano Twilight in Italy: e non meno da ricordare  quello dedicato alla Sardegna: Sea and Sardinia. Traduttore delle novelle di Giovanni Verga, il Lawrence conosceva l'Italia non soltanto nella letteraria superficie ma anche nelle pi vivaci profondit nella nostra preistoria. Le rievocazioni del pi vecchio e del pi tenace fondo mediterraneo-etrusco nel nostro costume e nel nostro modo di sentire la vita, che il Lawrence raccolse nel suo libro Etruscan places, sono altrettante illuminazioni per gli archeologi non meno che per gli artisti.
Un poeta d'alto volo insomma, che, quando non ottenebrato dalla volgarit della psicologia, vedeva chiaro e profondissimo.
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Indice.
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L'AMANTE MODERNO.	
IL VECCHIO ADAMO.
LA SUA VOLTA.
PAGA DI SCIOPERO.
LA STREGA ALLA MODA.
NUOVA EVA E VECCHIO ADAMO.
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Fine Indice.
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L'AMANTE MODERNO.
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Capitolo 1.
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La strada era pesante pel fango: ed oppressivo camminarci. La larga, vecchia strada, dimenticata ormai e coperta d'erba, non era cos cattiva di solito. Doveva averla tagliata a quel modo il traffico della fattoria di Coney Grey. Il giovinotto travers di nuovo con cura la via, per rimettersi dall'altra banda, sulla striscia erbosa.
Non era pi che un sentiero triste e abbandonato che solo un basso rimasuglio di siepe e qualche cespuglio dividevano dalla solitudine dei larghi spazi, dai campi arabili e dai prati sull'uno e sull'altro lato. Non era pi che libera palestra del vento e delle nuvole, dove anche le umili erbe potevano piegarsi l'una sull'altra, senza preoccuparsi pi d'alcun passeggero. La vecchia strada abbandonata sembrava ancora pulita e soda. Cirillo Mersham si ferm per guardarsi intorno, per rievocare i vecchi inverni, attraverso la costolosa terra rossa ed il purpureo bosco. La superficie del campo parve d'improvviso alzarsi e spezzarsi. Qualcosa aveva spaventato gli uccelletti, ed il maggese pareva alzandosi tremolare punteggiato dai volatili il cui petto biancheggiava verso il tramonto. Poi fu la volta dei pivieri, che dileguarono al di l, nel crepuscolo.
L'oscurit sorgeva dalla terra e aderiva ai tronchi degli olmi che sorgevano come tetre statue degradando gi gi ai lati della strada. Mersham and avanti faticosamente, con la terra che cedeva e crosciava sotto i suoi piedi. Di fronte, la fattoria di Coney Grey s'alzava nell'ombra sulla strada. Egli le venne vicino e vide i navoni accumulati in un favoloso mucchio su d'un lato dell'aia, in un pilastro che arrivava quasi alle grondaie e s'allargava verso le rotaie della strada. I pallidi petti dei navoni ricevevano dunque ancora la luce del tramonto e nel crepuscolo s'ammantavano d'innumerevoli riflessi aranciati. I due garzoni che stavano sbucciando ai piedi di quella montagna, rimasero come ombre a guardare mentre passava, respirando l'acuto odore dei navoni.
Tutt'era meraviglia e incanto, qui, nei vecchi luoghi che eran sembrati cos ordinari. Tre quarti dello scarlatto sole apparivano di tra i rami dell'olmo ch'era dinnanzi, proprio sul punto cui egli stava per giungere: ma quand'egli arriv al ciglio di dove il colle declinava e dove la strada finiva d'improvviso, il sole era gi svanito e la stella della sera biancheggiava l dove la notte urgeva contro il ritraente, roseo flutto del giorno. Mersham pass attraverso la barriera e si sedette sull'orlo della vallata. Tutto il vasto spazio innanzi a lui era pieno d'una nebbia rosea che arrivava quasi ai suoi piedi. I grandi stagni eran nascosti: le fattorie, i campi, la lontana miniera di carbone, sotto l'effuso roseo del crepuscolo, tra lui e le terre del Leicestersquire e i colli del Derbysquire: tra lui e tutto il paese meridionale da cui s'era allontanato, era la splendida spiaggia rosseggiante del tramonto e la stella bianca che l'aveva in custodia.
Qui, nella quieta riva del giorno, era soltanto la gloria purpurea dei boschi e la gran siepe al di sotto di lui, e il tetto della fattoria con un velo di nebbia che vi s'alzava su. Irreale come un sogno che devasti un sonno agitato, era laggi il Sud ed il suo affannato trameno. Qui, sull'estrema riva del tramonto, con la rosseggiante marea ai piedi e la grande stella splendente di strano riso, nudo e a braccia levate avanzava egli stesso nel quieto flutto della vita.
Che cosa gli abbisognava, che cosa era andato cercando nella lenta marea dei giorni? Due anni era stato nella grande citt del Sud. L la sua anima s'era sempre mossa tra le facce che balenavano sulle mille correnti in quel centro delle maree, alzandosi e strisciando e volando basso al disopra di quei volti della folla, come un gabbiano al disopra delle acque, incespicando talvolta e non cogliendo che un frammento di vita - uno sguardo, un profilo, un movimento - per nutrirsene. A molta gente, ai suoi amici, aveva chiesto di voler riaccendere le spegnentisi scintille della loro esperienza; aveva soffiato gentilmente col suo fiato sulle fievoli fiammelle e aveva reclinato la faccia sul loro ardore e aveva respinto in quelle parole che sorgevano come fumo dalle ravvivate scintille, sino al disgusto per le forti esalazioni di sofferenze ed estasi e sensazioni, ed i sogni che ne seguivano. Ma molta gente aveva soffocato il fuoco delle pi amare esperienze con rottami di sentimentalit e stupida paura; e raramente egli aveva potuto sentire l'ardente distruzione della Vita aprire la propria via.
Certo, certo qualcuno aveva saputo dargli abbastanza del filtro della vita per placare qua e l la smania che lo torturava, abbastanza da soddisfarlo per un momento, da ubbriacarlo sino a fargli ridere il cristallino riso della stella e bagnarsi nel riflusso del crepuscolo come un nudo bimbo nei marosi, abbracciando le onde e percuotendole al loro selvaggio croscio rispondendo ora con risa ora con contorsioni d dolore.
S'alz e si stir. La nebbia giaceva sulla vallata come un gregge di pecore tenute la notte a ingrassare sui campi; Orione era trapassato dentro il cielo, ed i Gemelli stavano giocando verso l'Ovest. Egli ebbe un brivido, and incespicando gi pel sentiero e travers l'orto, passando tra gli oscuri alberi come tra gente di sua conoscenza.
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Capitolo 2.
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Arriv all'aia. Era eccessivamente, penosamente fangosa. Egli sent un disgusto dei propri piedi freddi, intorpiditi e pesanti.
La finestra della casa era senza tende e splendeva come una luna gialla, con soltanto una o due grandi foglie d'edera e una corda di caprifoglio pendente attraverso. Pareva ci fosse un trameno di gente intorno al fuoco. Un'altra luce splendeva, misteriosa tra le costruzioni esterne. Sent una voce nella capanna delle vacche e l'impaziente movimento d'una di esse e il ritmo del latte nel secchio.
Esit nell'oscurit del portico poi entr senza bussare. Gli venne incontro una ragazza che usciva con una pagnotta dal laboratorio dei latticini. Lei lo fiss e rimasero per un minuto a guardarsi l'un l'altro attraverso la stanza. L'uno avanzava verso l'altro. Lui le prese la mano, immerso fin sopra il capo, si sarebbe detto, per un momento nei grandi occhi neri di lei. Poi la lasci andare e guard altrove, dicendo qualche parola di saluto. Non l'aveva baciata. Se ne accorse quando sent la sua voce: "Quando siete arrivato?"
S'era chinata sulla tavola, tagliando pane e burro. Che cosa c'era in quel chinato, sommesso atteggiamento, nella bruna, piccola testa, con quei capelli neri ombreggianti e nascondenti la faccia, che lo faceva fremere e rattrarsi e chiudersi in quella sua anima rimasta aperta alla notte come un fiore folle di temerit? Era forse la stessa sommissione di lei quel che lo teneva al guinzaglio, gittando la responsabilit di lei intieramente su di lui e facendolo ritrarsi sotto il suo carico.
I fratelli erano rientrati dalla miniera. Erano due ragazzi ben piantati, di venti e ventun anno. Sulle loro facce la polvere del carbone era come una maschera che li faceva imperscrutabili e nascondeva ogni ardor di saluto, facendoli parere due stranieri. Poteva vedere soltanto i loro occhi destarsi con un subitaneo sorriso che si spegneva subito col loro volgersi. La madre era inginocchiata innanzi ad una grossa nera casseruola da zuppa con carne, in fronte alla stufa aperta. Non s'alz ma gli porse la mano dicendogli: "Cirillo, come state?" I suoi grandi occhi oscuri ondeggiarono: e lo lasciarono. Torn al mestolo della casseruola.
La sua disillusione si alz come l'acqua s'alza d'un tratto sul fianco della nave. Rinacque in lui un senso di tetra solitudine insieme col senso d'umido fango con cui aveva dovuto lottare arrivando.
Quella era la gente che, pochi mesi prima, lo avrebbe accolto con un benvenuto dal bel largo calore ogni volta che fosse apparso sulla soglia, anche se ci fosse venuto tutti i giorni. Tre anni prima, le loro vite sarebbero confluite verso la stessa fiamma, e si sarebbero accese insieme per tutta la sera di allegria e di magnifica festa. Si sarebbero scambiati i pi luminosi e profondi sentimenti. Ed ora, quand'egli tornava ad essi dopo una lunga assenza, essi si ritraevano, si volgevano da un lato. Si sedette sul sof sotto la finestra, con un profondo rammarico. Il suo cuore, che all'arrivo s'era riaperto con tutti i semi gi in vista, si richiuse stretto come un pignolo.
Gli fecero domande circa il paese meridionale da cui veniva. Erano affamati di notizie - dicevano - in quella spelonca dimenticata da Dio.
" tale una festa sentire qualche notizia da fuori", diceva la madre.
Notizie? Egli sorrise e chiacchier, cogliendo per essi le foglie del suo albero: foglie da chiacchierio. Sorrise piuttosto amaro nell'allineare le sue notizie quasi meccanicamente. Eppure egli sapeva - ed era questa l'ironia della cosa - che ad essi non importava niente dei "fatti" suoi: quel che volevano erano i timidi germogli delle speranze e gli ignoti frutti della sua esperienza, pieni di sapor di lacrime e di quel che il solare calore della gioia aveva fatto per la loro maturit. Ma essi chiedevan "notizie": ed in forza d'una capziosa malignit, egli dava loro alla lettera quel ch'essi chiedevano n quel ch'egli stesso avrebbe pi profondamente dato loro.
Vuot ben presto il suo sacco che aveva creduto inesauribile. Muriel non cessava intanto di darsi attorno, mettendo la tovaglia, apparecchiando la tavola ed ascoltando, solo con qualche sguardo di quando in quando attraverso quell'arido giardino di parole verso le due finestre; ma lui aveva indurito il suo cuore e volgeva la testa da lei. I giovani s'erano snudati sino alla cintola, si erano inginocchiati sul rude tappeto e si stavano lavando su d'un gran catino di latta, mentre la madre premeva la spugna sulla loro schiena e poi la rasciugava. Ora s'erano alzati e si strofinavano, con la brillante e rosea vampa del focolare sui bei torsi, con le pesanti braccia inturgidantisi e piegantisi piene di vita. Parevano fare festa alla vampa sui loro corpi. Il pi giovane, Beniamino, sporgeva il petto verso il calore e traeva indietro la testa, mostrando i denti in un deliziato bianco sorriso. Mersham li guardava come aveva guardato i pivieri nel tramonto.
Sedettero poi per il pranzo, e la stanza s'annebbi col fumo delle vivande. Ora il padre e il figlio maggiore tornavano dalla stalla delle vacche, tutti si riunirono a tavola. La conversazione si fece zoppicante: qualche scherzo da parte di Mersham, qualche domanda sulla politica da parte del padre. Succedette un acuto e bel sentimento di discordia. Mersham, particolarmente sensitivo, reag. Divent estremamente attento agli altri che erano a tavola e alla sua propria maniera di mangiare. Usava un inglese squisitamente accurato, pronunciava con un accento meridionale, ben diverso dal grosso e pesante modo della gente di casa. La sua ricercatezza contrast tanto pi col rude stile campagnuolo. Essi divennero timidi e circospetti, brancicando in cerca di qualcosa da dire. I giovani mangiavano in fretta, gittando gi a palate la roba, come si gitta la sabbia. Il maggiore dei figli allung una pesante mano sul piatto del pane e del burro. Mersham si prov a chiudere gli occhi. Continu per tutto il tempo un brillante chiacchierio da tea, che non poteva certo essere apprezzato in simile atmosfera. Era evidente per lui: senza formulare l'idea, sent quanto irrevocabilmente lo stava separando da s, bench lo avesse amato. L'ironia della situazione lo attraeva e aggiungeva ricercatezza e malignit al suo spirito. Muriel, che lo aveva studiato cos a fondo, confusamente cap. Pieg la testa sul piatto, e mangi poco. Ogni tanto voleva guardarlo, giuocando sempre col coltello - bench tutti in casa fossero di brutta mano - e voleva fargli qualche brusca domanda. Lui rispondeva sempre ma invariabilmente evitando il suo sguardo grave e rimanendo serrato nella sua infrangibile armatura di leggera ironia. Riconosceva tuttavia il di lei potere nella punta d'irritazione che accompagnava la risposta. Lei nascondeva prontamente la faccia di nuovo.
Non rimasero l sino all'ora del tea, come in altri tempi. Gli uomini s'alzarono con un "Ebbene..." e ripresero il loro lavoro di fattoria. Uno dei ragazzi s'adagi a fare una dormita sul sof; l'altro accese una sigaretta e sedette coi gomiti sulle ginocchia, fissando la fiamma. Non portavano mai, n l'uno n l'altro, la giubba in casa: e quel loro starsene in maniche di camicia e quei loro colli nudi irritavano ancor di pi lo straniero, facendogli sentire la sua estraneit. Strascicando, gli uomini andavano avanti e indietro dalla caldaia. La cucina era piena di trambusto, del trasporto d'acqua fumante, di correnti. Pareva d'essere all'aperto. Marsham si ritrasse nel suo cantuccio e finse di leggere il Daily News. Era ignorato come una civetta appiattata in uno stallaggio di bestiame.
"Perch non andate nella stanza di soggiorno, Cirillo? L state pi comodo".
Muriel s'era rivolta a lui con questo rimprovero, con questa rimostranza, quasi facendogli la predica: aveva la precisa sensazione del suo disagio e del suo disaccordo con l'ambiente. Egli si alz senza una parola e la ubbid.
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Capitolo 3.
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La stanza di soggiorno era lunga, bassa, a colori rossi. Un fascetto di vischio pendeva dai travi: e rametti d'agrifoglio, densi di bacche, erano al disopra dei quadri e gli acquarelli scialbi dalle dorature splendenti ch'egli odiava tanto per averli fatti lui stesso tra i tredici e i vent'anni, e niente  cos insopportabile come le nostre cose che non ci appartengono pi. Si lasci cadere nella poltroncina tappezzata che si chiamava la Contessa, e gli sovvenero i cambiamenti che quella stanza aveva visto in lui. L presso quel focolare essi avevano trebbiato il raccolto della loro giovanile esperienza, bruciando a poco a poco la pula del sentimentalismo e falso romanticismo, che copriva l'autentico grano della vita. Quanto immensamente lontani parevano ora Jane Eyre e George Eliot. Quelli erano stati il punto di partenza. Egli sorrideva ora nel tracciare il grafico coi successivi punti ch'erano stati Carlyle e Ruskin, Schopenhauer e Darwin ed Huxley, Omar Kayym, i Russi, Ibsen e Balzac, poi Guy de Maupasant e Madame Bovary. S'erano divisi in piena Madame Bovary. Da allora erano venuti soltanto Nietzsche e William James. Non avevan fatto cos male, egli pensava, in quegli anni ch'esso era ora in grado di sprezzare un tantino, a causa della loro spaventosa rigidit, e a causa della loro successiva, mortale, sovratesa seriet. Avrebbe voluto veder Muriel entrare, e parlar con lei di quei tempi passati. And a sedersi dall'altro lato del caminetto, sulla gran sedia di crino di cavallo, che gli porgeva la parte posteriore della testa. Guard intorno e per appoggiarvi il capo, si rigonfi gli sfiaccolati cuscini verdi ch'erano spioventi gi.
Era una settimana dopo Natale. Indovin che avevano conservato per lui il dindo ed il vischio e l'agrifoglio. Le due fotografie di lui occupavano ancora il posto d'onore sulla sporgenza del caminetto. Ma tra i due ritratti era quello d'un estraneo. Si domand meravigliato chi potesse essere. Pareva di bell'aspetto ma un tantino pagliaccesco accanto alle due raggianti e fini fotografie di lui. Egli sorrise largamente della propria arroganza: poi si ricord che Muriel e la sua gente dovevano lasciare la fattoria per il prossimo Ladyday. Immediatamente, come per un addio, egli cominci a rievocare i vecchi giorni, ed il loro impetuoso razzare ed i giochi chiassosi e i balli e i grossi scherzi e tutte le matte risate. Stava proprio dicendo a se stesso che quelli erano i giorni, i giorni dell'inconscia estatica fantasia, e stava sorridendo a se stesso per la precisione di quel rievocare, quand'essa entr.
S'avanz esitante. Al vederlo adagiato nel suo antico abbandono, chiuse piano la porta. Sedette per un minuto o due coi gomiti sulle ginocchia, col mento tra le mani, succhiando il mignolo e ritraendolo poi come se l'avesse poppato, e continuando sempre a guardare il fuoco. Aspettava sempre che cominciasse lui a parlare, pur sapendo che non avrebbe mai cominciato. Si provava, si sarebbe detto, a sentirlo. Aveva bisogno d'assicurarsi di lui, dopo tanti mesi. Non osava guardarlo direttamente. Come tutte le anime chiuse in se stesse, costituzionalmente serie, ella s'apriva senza prudenza e restava senza difesa quando si trovava respinta, repulsa cos spesso con disprezzo.
"Perch non mi avete detto che stavate per arrivare?" gli chiese alla fine.
"Avrei voluto avere proprio uno dei vecchi tea e delle vecchie serate".
"Ahim!" esclam lei con disperata amarezza. Lei era sempre un'orribile pessimista. La gente l'aveva trattata cos brutalmente, e aveva senza merc calpestato le sue pi sacre intimit.
Egli sorrise e la guard gentilmente.
" vero: se avessi ripensato a quello, avrei dovuto aspettarmi una cosa simile.  stata colpa mia".
"No, essa rispose ancora amara; non  colpa vostra.  la nostra. Voi ci portate ad un certo punto, e, quando andate via, noi lo perdiamo di nuovo e vi riceviamo come gente che non v'abbia mai conosciuto".
"Non fa niente - egli rispose con agio - Se cos dev'essere sia pure. Come state voi?"
Lei si volse e lo guard in pieno. Era molto carina, prospera di forme, ben colorita. Egli guard sorridendo i suoi grandi, bruni, seri occhi.
"Oh, io sto benissimo! - lei rispose con imbarazzata ironia - Come state voi?"
"Io? Ditemi voi. Come vi paio?"
"Come mi parete? - lei rise d'un piccolo riso nervoso e scosse la testa. - Non lo so. Ecco... state bene. E avete proprio l'aria d'un signore".
"Ah! E ve ne dispiace?"
"No, no: nient'affatto. Soltanto, siete differente: vedete".
"Peccato! Non sar pi cos grazioso come ero a ventun anno, non  vero?" Guard la sua fotografia sul caminetto e sorrise gentilmente provocatore.
"Ecco: siete differente. Non voglio dire che non siate altrettanto grazioso, ma differente. Per me, in sostanza, siete ancora come qui".
Anche lei guardava la fotografia ch'era stata chiamata il ritratto d'un intellettuale saputello ma che in realt era quello d'un ragazzo sensitivo, pronto e squisito. L'originale del ritratto si adagi sorridendole: poi si volse voluttuosamente, come un gatto disteso su d'una poltrona.
"Ed  l'ultimo atto di questa commedia...!"
Lei lo guard, sorpresa e costernata.
"Di questa fase, voglio dire - egli continu, indicando con gli occhi la stanza e la fattoria - di Crossley Bank, intendo dire, e di questa parte della nostra vita".
"Ahim!" lei esclam, chinando il capo e mettendo nella parola tutta la profonda tristezza ed il rimpianto. Lui rise.
"Non siete contenta?" domand.
Lei alz gli occhi, sorpresa, un po' urtata.
"Addio  una bella parola - egli spieg - significa che state per avere un cambiamento. Ed un cambiamento  quello di cui voi, tutti, abbiamo bisogno".
La sua espressione si mut nell'ascoltarlo.
" vero - disse -. Ne ho bisogno".
"Ecco quel che voi dovreste dire a voi stessa: " una festa. Sto per dire addio senz'altro alla pi penosa fase della mia vita". Mettetevelo in testa: sar stato il passato il pi penoso, se vi rifiuterete ad essere cos contrariata nel futuro. Ecco la realt. Gli uomini ad un certo momento sono i padroni del loro destino, eccetera".
Lei, riflett sul suo modo di ragionare: poi si volse a lui con una risatina piena di contestazione e palpito.
"Non  forse cos? - egli insist, mentendo e sorridendo amichevole -. E non siete forse contenta?"
"S - lei annu - Sono... contentissima". Lui ammicc scherzoso, poi domand con voce dolce: "E allora che andate cercando?"
"S - replic lei, un po' senza respiro. - Che dovrei cercare io?" E lo guard con un rapido, provocante mutamento.
"E voi, rispose lui evasivo, lo chiedete a me?"
Lei vel gli occhi e disse con un sommesso accento di scusa. "Da gran tempo non vi chiedevo pi niente, non  vero?"
"Ahim! Non ci pensavo pi. Chi avete interrogato in tutto questo tempo?"
"Chi ho interrogato?" lei inarc le ciglia e rise con un monosillabo spregiante.
"Nessuno, certo - disse lui sorridendo -. Il mondo fa domande a voi, voi fate domande a me, ed io mi rivolgo a qualche oracolo nel buio, non  vero?" Lei rise con lui.
"No - si riprese lui d'improvviso serio -. Supponiamo che dobbiate rispondere ad una mia grossa domanda, a qualcosa che non potrei mai scoprire da solo". Si riadagi indolente nella poltrona e cominci a sorridere di nuovo. Lei si volse a guardarlo con intensit, con le belle ciocche spioventile intorno alla faccia, i neri occhi ossessionati dal dubbio, il dito alle labbra. Una lieve perplessit palpitava sulle ciglia.
"In ogni modo - lui disse - avete qualcosa da darmi".
Lei continuava a guardarlo con occhi oscuri, assorti. Lui l'esaminava con lo sguardo, poi parve ritrarsi e le pupille pensose dilatarsi.
"Vedete, disse, la vita  buona per una cosa sola: per viverla: e non potete viver la vostra vita da sola. Dovete aver la canna e l'acciarino se volete che il colpo parta. Perch non sareste voi la mia canna, la mia bianca canna per emettere il mio rosso fuoco?"
"Ma che volete dire?" chiese lei senza respiro.
"Ecco! - spieg lui, pensando ad alta voce come di solito - Il pensiero non  la vita.  come un lavare e pettinare e cardare e tessere la lana che l'annata della vita ha prodotta. Ora io penso che noi abbiamo cardata e tessuta la lana del nostro mucchietto sino alla fine, o quasi.  tempo che cominciamo di nuovo, voi ed io, e a vivere insieme questa volta: non a poetizzare e a specolare soltanto. Mi capite?",
Lei non cessava di fissarlo assorta in lui.
"Volete dire?" sussurrava incalzandolo.
"Ma lo vedete: io sono tornato per voi, perch voi...". E attese da lei.
"Ma - mormor lei confusa - io non capisco..."
Lui la guard con aggressiva franchezza: mettendo via le di lei confusioni.
"Bugiarda!" disse lui gentilmente.
"Ma... - e si volt sulla sedia dall'altra parte - non  chiaro...".
Lui s'aggrond un tantino. "Andiamo! Voi dovreste capire ormai l'algebra del linguaggio. Dovrei contare sulle vostre dita per farvi proprio capire di che si tratti, un'unit alla volta, in pura aritmetica?"
"No, no - grid lei giustificandosi -. Ma come poter capire questo cambiamento in voi? Dicevate sempre che non potevate... Proprio il contrario".
Lui alz il capo, come penetrando nel suo pensiero.
"Ah, s: io ho cambiato. Lo dimenticavo. Suppongo che devo aver mutato entro me stesso. Sono sempre pi vecchio: ho ventisei anni. Solevo rabbrividire al pensiero di dovervi baciare, non  vero? - Sorrise luminosamente e riprese con tenera voce - Ebbene... adesso non pi".
Lei arross confusa e nascose la faccia da lui.
"No - esso continu con lento, brutale candore - non che io sappia pi di quel che sapessi allora... che cosa sia l'amore... come voi sapete... ma... penso voi siete bella... e noi ci conosciamo l'un l'altro cos bene... come non conosciamo nessun'altra cosa, non  vero? E cos noi...".
La sua voce dilegu via ed essi sedettero in un silenzio pieno di tensione, ascoltando i rumori esterni: poich il cane stava abbaiando forte. Udirono una voce che cercava di quietarlo. Cirillo Mersham ascolt. Sentiva il rumore della porta dell'aia di cui si tirava il paletto e il suono insistente d'un campanello di bicicletta, che sfiorava il muro.
"Chi ?" egli domand senza sospetto.
Lei lo guard e confess con gli occhi, confusa, supplicante. Egli comprese immediatamente.
"Santo Dio!  lui!" Guard la fotografia sul caminetto. Lei annu con la solita disperazione, il dito di nuovo tra le labbra. Mersham prese qualche minuto per adattarsi alla nuova situazione.
"Bene!  gi al mio posto. Perch non me lo avete detto?"
"Come potevo?... non . E poi non volevate mai decidervi". Lei nascose la faccia.
"No - egli biascic riflettendo pensoso - Non volevo mai decidermi.  colpa mia, dopo tutto -. Poi sorrise e aggiunse umoristicamente: Ma io credevo che teneste un vecchio paio di miei guanti sulla sedia accanto a voi".
"E ce li tenevo in realt - si giustific lei con estrema amarezza - sino a che non me li avete richiesti. Mi avete detto che... mi pigliassi un altro uomo... Ed io ho fatto quel che mi dicevate voi, come sempre".
"Ve l'ho detto io? Ve l'ho proprio detto io? Debbo credere che sono uno stupido. Ma l'amate almeno?"
Lei rise forte, con disprezzo e amarezza.
" molto buono: ed  molto innamorato di me".
"Naturalmente! - disse Marham sorridendo e diventando ironico -. Ed ha proprio un posto inamovibile?"
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Capitolo 4.
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Lei era mortificata e non volle rispondergli. La questione per lui ora era sapere quanto quell'intruso contasse. Guard e vide che lei non portava alcun anello: non poteva averlo messo via per il suo arrivo. Egli cominci dunque a calcolare con cura l'atteggiamento da prendere. A molte donne s'era rivolto in cerca d'amore ma era rimasto sempre disilluso. S'era serbato cos virtuoso ed aspettava. Ora non intendeva aspettar pi. Nessuna donna e lui avrebbero mai potuto intendersi cos bene come lui e Muriel ch'esso stesso aveva educata cos bravamente sino all'et maggiore nel tempo stesso in cui lottava per elevarsi come uomo ad un'indipendente concezione del mondo. Avevano respirato nelle stesse correnti di pensiero, erano stati abbattuti dalle stesse tempeste del dubbio e del disincanto, e s'erano effusi insieme in giorni di pura poesia. Cos erano cresciuti: spiritualmente, o, piuttosto, psichicamente, com'egli preferiva dire, erano gi maritati. Ed ora egli si trovava a pensare sul suo modo di girar per casa.
La porta esterna s'era aperta ed un uomo era entrato in cucina, salutando la famiglia cordialmente e senza cerimonie. Aveva la voce gutturale e penetrante d'un tenore, che giungeva distintamente al disopra del vibrante voco degli uomini chiacchieranti. Parlava un buono facile inglese. I giovani gli stavano chiedendo di "isolatori" e d'energia elettrica ed egli rispondeva con rudi tecnicismi, tanto che Mersham ne concluse dovesse trattarsi d'un elettricista della miniera. Continuarono a parlare a casaccio per qualche tempo, bench ci fosse in tutto quello una nota falsa di secondario interesse. Poi Beniamino si fece avanti e ruppe il ghiaccio dicendo con una punta d'arioso scherno: "Muriel  in camera da ricevere, Tom, se volete vederla".
"Ah, s! Ho visto infatti la luce e me l'immaginavo". Affettava indifferenza, come se si fosse trattato di qualcosa di simile in ogni visita. Aggiunse poi con un tantino d'impazienza, e con l'interesse del proprietario: "Che cosa sta facendo?"
"Sta chiacchierando. Cirillo Mersham  tornato da Londra".
"Che?  qui lui?"
Marsham sedeva ascoltando, sorridendo. Muriel vedeva le sue ciglia sollevarsi. Ella aveva s alzata la sua bandiera di provocazione ironica, ma continuava a propendere per lui con tenerezza. Ora la bandiera s'alz proprio risoluta. Ella balz in piedi e and alla porta.
"Hello!" disse, salutando l'estraneo con quella piccola melodia del benvenuto, che le ragazze mettono in questa sola parola appena avvertano l'avvicinarsi del fidanzato.
"Sento che avete una visita" lui rispose.
"S, venite, venite!"
Parlava dolcemente, con carezze nella voce.
Lui era un bell'uomo, ben messo, un po' pi basso di Mersham. Questi s'alz indolente e porse la mano sorridendo e guardando curiosamente nei bei, generosi occhi azzurri dell'altro.
"Cirillo -. Il signor Vickers".
Tom Vickers strinse forte la mano di Mersham e rispose al suo scrutante sguardo con calda effusione, poi pieg la testa, lievemente confuso.
"Volete sedere qui?" disse Mersham, languidamente indicandogli la poltrona".
"No, no, grazie. Mi siedo qui, grazie!". E Tom Vickers presa una sedia, si mise innanzi al fuoco. Era confusamente affascinato dalla naturale franchezza e cortesia di Mersham.
"Se non sono di troppo" aggiunse mentre si sedeva.
"No: certo, no" disse Muriel nei suoi toni carezzosi, meravigliosamente dolci: col tono condiscendente della donna pronta a sacrificare qualunque cosa all'amore.
"Non potreste - aggiunse Mersham pigramente -. Muriel ed io siamo sempre una pubblica discussione. Non  vero, Miel. Stiamo discutendo sull'affinit, l'eterno tema dei nostri discorsi. Voi farete da pubblico. Noi andiamo cos stupidamente d'accordo, noi due. Ed  sempre stato cos.  sua colpa. Tratta anche voi cos male?"
L'altro era piuttosto disorientato. Da tutto quello capiva in confuso che si voleva dar l'idea ch'egli fosse l'attuale innamorato di Muriel, mentre Mersham alludeva a se stesso come ad un ripudiato. E cos egli sorrideva, rassicurato.
"Come male?" domand.
"Consentendo con voi su ogni cosa".
"No, non posso dire che faccia questo" rispose Vickers sorridendo e guardandola con brevi, caldi sguardi.
"Certo, noi non contrastiamo mai, sapete". Lei attest con lo stesso condiscendente tono.
"Lo vedo - disse Mersham fiaccamente, eppur tenendo lo spirito ben pronto a sostenere il suo punto -. Voi andate d'accordo con lei, qualunque cosa lei dica. Dio, com' interessante!"
Muriel inarc le ciglia con un bel lampo d'intelligenza volto di straforo a lui, e rise.
"Qualcosa del genere! - replic l'altro uomo con altrettanta condiscendenza, come si conveniva ad un maschio pieno di salute nei confronti di uno che giaceva fiaccamente in una poltrona e diceva sottili futilit in una posa tutta pigrizia e abbandono. Mersham not le belle membra del rivale, i solidi larghi fianchi e i saldi polsi. Lo stava classificando tra quegli uomini di gentile, sano animalismo, e buona intelligenza, che sono ragazzoni per la semplicit, che possono ben sommare due e due ma non mai xy ed yx. I suoi contorni, i suoi movimenti, i suoi riposi, erano, a rigor di termini, amabili. "Ma - diceva Mersham a se stesso - se fossi cieco o triste o stanchissimo, non lo vorrei davvero.  uno di quegli uomini, come dice George Moore, che la moglie odierebbe dopo pochi anni, soltanto per la maniera di varcar la soglia. Posso immaginarlo con una numerosa famiglia di bambini, un bel padre. Ma a meno di non avere una moglie fatta soltanto per la casa...".
Muriel s'era messa a conversare con lui.
"Siete venuto in bicicletta?" domandava con quell'irritante tono confidenziale cos comune agli innamorati, che fa d'un terzo un importuno.
"S - egli replicava nella stessa carezzosa maniera - ero piuttosto in ritardo". La banalit dell'argomento non impediva niente: la carezza era in ogni parola.
"Ma non avete trovato troppo fango?"
"S, certo: ma non pi di ieri".
Marsham s'allungava pi comodo che mai sulla poltrona, le ciglia quasi chiuse, le sue belle mani bianche pendenti al di l dei braccioli come candidissimi armellini da un ramo. Voleva con meraviglia vedere quanto a lungo Muriel avrebbe tirato avanti cos col suo innamorato. Ben presto ella cominci a parlare di seconda mano con Mersham. Stavano parlando della padrona di casa di Tom.
"Voi non vi curate di lei, non  vero?" gli chiedeva essa insinuante, dal momento che l'ombra della sua disapprovazione per le altre donne accresceva l'irradiare della sua affezione per lei.
"Certo, non posso dire d'amarla".
"E com' che ogni sei mesi cambiate padrona. Dovete essere un infelice a vivere con loro".
"No, non so d'esserlo. Ma sono tutte uguali. Tutte pasta e miele ai primi giorni, e ben presto, pan secco".
Mersham comprese quindi che Vickers aveva fretta di sposar Muriel: e comprese altres che, stancandosi quel pretendente cos presto delle padrone di casa, anche tra la moglie e lui forse ben presto ci sarebbe stato un disaccordo. Fece capire questa scoperta a Muriel, biascicando: "Vi ha proprio l'aria d'esser cos? Il vivere a pensione  l'ideale. Un buon pensionante pu sempre fare un po' di commedia e accomodarsi a modo suo.  il miglior tempo per questo nella sua vita".
"Io non credo" disse Vickers.
" cos - biascic torpido Mersham, dando alle parole un suono di faceta ironia -. Evidentemente voi non siete un buon pensionante. Voi dovreste soltanto simpatizzare con una padrona di casa, e lei muoverebbe cielo e terra per voi".
"Ah - rise Muriel dando un'occhiata a Mersham -, Tom non crede al simpatizzare con le donne, massime con le maritate".
"Non lo credo no - disse Tom con enfasi -.  pericoloso".
"Voi riserbate questo al marito" disse Mersham.
"Certamente! Non amo affatto che vengano ad importunare me coi loro fastidi. Non si finirebbe pi".
"Avete giudizio voi. Povera donna. Cos, volete riservare il vostro barile di simpatia tutto per vostra moglie, eh, e per nessun'altra."
"Proprio cos. Non ho forse ragione?"
"Oh, senza dubbio. Vostra moglie sar la privilegiata. Una specie di birra fatta in casa per bere all'infinito? E va bene".
"Niente di meglio" disse Tom" ridendo.
"C' qualcosa di meglio - disse Mersham -. Il mutare. Il mutare. Io, per esempio, preferisco essere per la donna una tazza di tea".
Muriel rise forte per questo assurdo cinismo e aggrott le sopracciglia per imporgli la fine di quel giocare a palla con le bombe.
"Una tazza nuova ogni volta. Le donne non sono mai stanche del tea. Muriel posso vedere fin da ora che tempo per oziare non mancher: una sorta di lunghi sonnecchiamenti da dopo cena con vostro marito".
"Deliziosissimo!" trov Muriel sarcastica.
"Quando ha trovato un buon marito, che cosa pu volere di pi?" domand Tom, prendendo il tono d'un burlone ma serio in realt e un tantino risentito.
"Un pensionante... per fare le cose interessanti".
Mersham la guard, tranquillamente, sorridendole dentro gli occhi. Lei era davvero perplessa. Aveva bisogno di sapere che cosa lui metteva nel piatto per far traboccare cos la bilancia dalla sua parte. Egli le doveva, come sempre, una risposta seria e sincera: e fu questa: "Perch io posso loro far credere che il nero sia verde o porpora: e lo  in realt". Poi, sorridendo largamente mentre in lei si ridestava l'ammirazione per lui, aggiunse: "Ma voi vorreste farmi montare in superbia, Miel... macchiare la mia verginale modestia".
Muriel gli dette uno sguardo pieno di dolcezza e intelligenza, e rise sommessa. Tom accolse con una sghignazzata la dichiarazione di verginale modestia, fatta da Mersham, Muriel aggrott le sopracciglia con irritazione e distolse lo sguardo del suo spasimante, per guardare il fuoco.
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Capitolo 5.
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Mersham, senza alcun piano preconcetto, aveva ormai fatto svolgere la situazione al punto da lui voluto. Era sicuro che Vickers non conterebbe seriamente nel movimento di Muriel verso di lui. Cos pens ad altro, senza pi interesse.
Il discorso langu per qualche tempo, dopo di che, ad un tratto, Mersham ebbe un'idea. "Vorrei dire, signor Vickers: perch non cantereste qualcosa per noi? Voi cantate, non  vero?"
"Oh, non val la pena di parlarne" replic l'altro modestamente, attonito a quel subitaneo interesse da parte di Mersham. Guard Muriel.
"Benissimo! - lei gli rispose, indulgente ora con lui come un ragazzo -. Ma - aggiunse volgendosi verso Mersham - lo volete davvero?"
"Ma certo. Suonate qualche vecchio canto. Suonate un po' meglio di prima?"
Lei cominci Onore ed armi.
"No, non quello! - grid Mersham -. Qualcosa di dolce. Sois triste et sois belle -. Sorrise gentilmente a lei, suggestivo -. Provate Du bist wie eine Blume o Pur dicesti...".
Vickers cantava bene, pur senza molta immaginazione. Ma i canti che cantavano erano i vecchi che Mersham aveva insegnato a Muriel anni prima e che lei cantava ognuno con qualche ricordo di lui nel cuore. E alla fine del primo canto lei si volse e trov lui che la guard negli occhi: e s'incontrarono di nuovo nella poesia del passato.
"Asfodeli!" disse lui dolcemente, gli occhi pieni di memorie.
Lei, fremente d'emozione, riviveva in pi ampio orizzonte. S'erano seduti sul ciglio del colle, dove gli asfodeli selvaggi s'elevavano al cielo e dove egli aveva appreso a cantare, riga per riga, Du bist wie eine Blume. Lui non aveva voce ma un orecchio molto fine.
La sera si protrasse sino alle dieci. Allora i ragazzi attraversarono la stanza per andare a letto. La casa sarebbe parsa addormentata se non fosse stato il padre che sedeva solo in cucina, leggendo il "Polipo". I tre v'entrarono per la cena.
Mersham s'era risollevato e parlava bene. Muriel lo stimolava sempre e lo induceva a parlar d'arte e filosofia - cose astratte ch'ella amava, di cui soltanto lui le aveva parlato e di cui soltanto lui poteva parlare, ella immaginava, con tale bellezza. Egli usava strani giri di frase, si contraddiceva volutamente, poi diceva qualcosa di triste e umoristico, sempre in tono leggero, irresponsabile, tanto che anche gli uomini si volgevano a lui indulgenti e deferenti.
"La vita - diceva e cercava sempre di persuadere a Muriel in una forma o nell'altra - la vita  bella fino a che vi sta consumando. Quando sta scorrendo attraverso di voi, distruggendovi,  magnifica. Meglio consumarsi per intiero, come un fuoco sotto un potente tiraggio, incandescente sino all'ultima briciola. Quando invece si brucia a fuoco lento, risparmiando la materia, la vita non val la pena d'esser vissuta".
"Voi credete dunque ad una vita breve e gaia" disse il padre.
"Non  necessaria n l'una n l'altra cosa. L'angoscia  parte del fuoco della vita, come il soffrire. Sono entrambi la radice della fiamma della gioia, come dicono. Con la vita noi siamo come l'uomo ch'era tanto ansioso d'assicurarsi una vecchiaia, che mor a trent'anni per inazione."
"Questo  quello che probabilmente non faremo noi,", rise Tom.
"Oh, non lo so: voi vivete il pi intensamente nei contatti umani - e questo  quello da cui pi rifuggiamo noi, povere creature timide, dal dare a toccare le nostre anime a qualcuno. Perch essi, i tumultuosi imbecilli, vogliono generalmente afferrarla con le loro sporche zampe".
Muriel lo guard con gli occhi oscuri, pieni d'intelligente gratitudine. Lei stessa era stata afferrata molto brutalmente, a quel modo, dai fratelli. Ma era stata poi molto stupida nel sacrificare se stessa.
"E - concluse Mersham - siete lavato dal pi bianco fuoco della vita quando prendete una donna che amate e comprendete".
Forse Mersham non sapeva quel che faceva. Eppure tutto il suo discorso sollevava Muriel come in una rete, come una sirena fuor dalle acque, e la metteva tra le sue braccia, a respirar la sua sottile, rarefatta atmosfera. Lei lo guardava ed era sicura della sua pura seriet, e credeva implicitamente ch'egli non potesse aver torto.
Vickers credeva diversamente. Avrebbe espressa la sua opinione, qualunque fosse, in un: "Ahim, ce ne ha della roba da dire quest'uomo e non finir pi, ma  tutta roba da vomitare...".
Perch Vickers era soltanto l'innamorato di vecchio stile, tutto d'un pezzo: tale da riuscire la breve gioia e l'infinita delusione d'una vita di donna. Trov alla fine che doveva andarsene, perch Mersham non l'avrebbe preceduto. Muriel non gli diede alcun bacio di congedo, n s'offr ad accompagnarlo sino alla bicicletta. Egli era in collera per questo, ma pi con la ragazza che con l'uomo. Trov che stava facendo la stupida col darsi "quelle arie" davanti all'estraneo. Mersham era un estraneo per lui: e tale, nella sua idea, era per lei. I due giovani uscirono di casa insieme e giunsero all'aia gi pel rude sentiero ammattonato. Mersham diceva piccole spiritosaggini: "Vorrei che i miei piedi fossero meno delicati. Rabbrividiscono quando vanno per un sentiero difficile, come una ragazza che abbia toccato un rospo... Sentite quella povera vecchia disgraziata; pare che abbia preso la tosse canina".
"Una vacca non tosse quando fa quel suono" disse Vickers.
"Finge, eh? Per avere qualche pastiglia? Non gliene fate rimprovero. Deve avere i geloni, in ogni modo. Le vacche hanno i geloni, povere disgraziate?"
Vickers rise e sent che doveva prender quell'uomo sotto la sua protezione. "Attento! - disse all'entrare nell'aia ch'era oscurissima. - Attenti alla fronte contro questa trave". Mise una mano sulla trave e sporse l'altra per tener lontano Mersham. "Grazie!" disse l'altro con premura. Egli conosceva palmo per palmo la postura della trave, per buia che fosse l'aia, ma permise a Vickers di guidarlo a superare l'ostacolo. Era piuttosto contento di sentirsi preso sotto la protezione di Tom.
Vickers accese con precauzione un fiammifero, chinandosi sul rude centro di luce ed illuminandosi come qualche bella lanterna nel mezzo del buio pesto dell'aia. Per qualche momento si chin sulla lampada della bicicletta, movendo e riaggiustando la calza: e la sua faccia, concentrando tutta la luce sulla sua dura bellezza, parve luminosa e mirabile. Mersham poteva vedere il basso delle sue gote al disopra della linea del rasoio, e piene labbra nell'ombra al di sotto dei baffi, e l'irto delle ciglia tra la luce.
"Dopo tutto - si disse Mersham -  bellissimo. Lei  una sciocca a lasciarlo andare".
Tom chiuse la lampada con un piccolo rumore secco e calpest con cura il fiammifero. Poi stacc la pompa dalla bicicletta e si pieg sui tacchi nel vago bagliore, per gonfiar la gomma. L'incalzante, infallibile, instancabile picchiar della pompa, l'equilibrio leggero ed il bell'assetto elastico del corpo nei suoi movimenti piacquero a Mersham.
"Lei potrebbe avere - si stava dicendo Mersham - qualche magnifica ora con quest'uomo. Eppure preferirebbe aver me, perch io posso farla triste e ravvivare la sua ammirazione".
All'uomo invece stava dicendo: "Dovreste sapere che l'amore non  quella famosa faccenda tra anime. Per voi, per esempio, le donne sono come le mele sull'albero. Potete benissimo avere quelle che avete a portata di mano. Quelle che paiono pi belle sono al disopra, ma  inutile pensarci. Alzatevi in punta dei piedi e riuscirete forse a trar gi un ramo e appena a toccar con le dita una buona. Ma il tutto ritorna d'un colpo in alto e voi vi sentite male e dite d'avere il cuore spezzato. Ma ce n' un'infinit di mele per voi, e non pi in alto che il vostro petto".
Vickers sorrise e pens che quello fosse un discorso in generale; e, in ogni modo, non valesse un centesimo nel caso suo.
Uscirono dall'aia e furono alla porta del cortile. Mersham guard il giovinotto che balzava in sella e spariva, augurando la buona notte.
"Sic transit" mormor, pensando a Vickers e al gaio desio inconscio come una fiorita.
Mersham torn lento in casa. Muriel stava sparecchiando la tavola, togliendo le cose della cena e preparando quelle per la colazione degli uomini: ma lo stava aspettando: ma lo stava aspettando cos chiaramente come se fosse rimasta sulla soglia. Alz gli occhi a guardarlo ed istintivamente egli volse la faccia verso di lei come per baciarla. Si sorrisero e lei continu il suo lavoro.
Il padre s'alz stirando la tozza figura e sbadigliando. Mersham infil il soprabito.
"Voi m'accompagnate un tantino, non  vero?" disse Mersham a Muriel. Lei consent con gli occhi. Il padre guard, in piedi sul tappeto, largo e taciturno. La sua assonnata, ottusa disapprovazione non ebbe pi effetto d'una lieve brezza che soffiasse contro di loro. Lei sorrise all'innamorato, gaia come una bimba, mentre s'appuntava la spilla del cappello.
Era oscurissimo fuor di casa, sotto il brillo delle stelle. Lui brontol forte e sacrament bizzarramente quando affond nel fango sino alla caviglia.
"Ecco: dovreste seguirmi. Venite qui" ordin lei, felice d'averlo in custodia.
"Datemi la mano" rispose lui, e andarono cos tenendosi per mano attraverso l'aspro sentiero. I campi erano aperti e la notte ascendeva alla magnificenza delle stelle. Il bosco era nerissimo ed umido. Si sporgevano in avanti e camminavano furtivi e si stringevano l'un l'altra la mano con un delizioso senso d'avventura. Quando sostarono e guardarono su per un momento, non videro come le stelle fossero disseminate tra le sommit dei rami: sino a che egli non ebbe trovato, proprio di fronte a se, i tre gioielli d'Orione.
C'era una stranezza in ogni cosa, come se tutto vivesse d'una propria vita nella notte, come accade nei racconti delle fate: gli alberi, le molte stelle, gli oscuri spazi e le misteriose acque gi s'univano in una specie di portentosa azione.
Dal bosco uscirono sul nudo declivio del colle. Lei super il recinto del bosco sulle sue braccia e lui la baci ed insieme risero sommessi. Poi andarono attraverso i selvaggi prati dove non c'era pi alcun sentiero.
"Perch non gli volete bene?" domand lui scherzoso.
"E c' bisogno di domandarmelo?" disse lei semplicemente.
"S, perch  assai pi grazioso di quanto sia io".
Lei fece una gran risata di contentezza.
" proprio cos! Vedete:  come l'estate: bruno e pieno di caldo. Pensate come sarebbe splendido e fiero...".
"Perch parlate di lui?" lei chiese.
"Perch ho bisogno che voi sappiate quello che state perdendo... e non dovete perderlo prima d'averlo visto bene sotto la mia guida.  desiderabilissimo. Io sceglierei lui a preferenza di me... per me stesso".
"Davvero? - disse lei -, ma - aggiunse con dolce certezza -. Voi non capite".
"No, non capisco. Penso che sia amore: della vostra specie, ch' al di l di me. Io non sar mai innamorato ciecamente, non  vero?"
"Comincio a credere che non lo sarete mai - lei rispose senza grande tristezza -. Non sarete mai cieco in nessuna cosa".
"La voce d'amore! - egli rise; e poi - no, se voi anatomizzate i vostri fiori, e trovate come s'impollinano e dove sono le ovaie, non conoscete pi cieche estasi d'ammirazione. Ma essi significano qualcosa di pi per voi: sono vostri intimi, quasi amici del vostro cuore, e non come meravigliose, smaglianti fate".
"Ahim! - ella assent, soffermandosi su quel pensiero con la contentezza di comprendere - e allora?"
Dolcemente, quasi senza parole, ella lo obbligava a concludere:
"Ebbene, disse lui - voi credete ch'io sia un essere magico, meraviglioso, non  vero? Ed io non lo sono. Io non sono cos buono alla lunga, come il vostro Tom, il quale crede che voi siate una persona meravigliosa, magica".
Lei rise e si strinse a lui mentre camminavano. Egli continu con gran premura e gentilezza: "Ora, non immagino affatto che voi siate una principessina angelica o meravigliosa. Spesso fate me un cos presuntuoso matto sol perch voi siete un'asina...".
Lei rise sommessamente, vergognosa ed umiliata.
"Ciononostante... io vengo dal sud per voi... Voglio dire... Ebbene, con voi io sento di poter essere proprio quel che sono, presuntuoso o idiota, senza aver vergogna di me stesso -. S'interruppe d'improvviso -. Non credo d'aver voluto posare con voi in modo alcuno, n a maggiore n a migliore di quel che io sia. O mi sbaglio?" le domand gaiamente.
"No - rispose lei con una bella, profonda sicurezza - no: e bisogna proprio riconoscerlo. Siete sempre stato cos onesto. Siete pi onesto di qualsiasi altro...". Profondamente commossa, non fin. Lui rimase in silenzio per qualche attimo, poi continu come per decidere sino al fondo la questione con lei. "Ma, sapete: mi piacete tanto perch non portate busto. Mi piace tanto vedervi muovere dentro il vostro vestito".
Lei rise, un po' vergognosa, un po' impacciata.
"Mi meraviglio che ve ne siate accorto" rispose.
"Me ne sono accorto subito". Ci fu un minuto di pausa, dopo di che egli riassunse. "Vedete: ci sposeremmo anche domani. Ma io non posso mantenervi: sono indebitato...".
Lei gli si fece vicina e gli strinse un braccio.
"...Ma perch lasciar passare gli anni e sciupare il fiore della giovinezza?...."
"No" lei ammise a voce piana e dolce, scuotendo la testa.
"Dunque... Voi capite, non  vero? E se a voi piace, verrete con me, non  vero? Cos, naturalmente, come avevate l'abitudine d'andare e venire dalla chiesa con me. E non ci sar bisogno ch'io debba spingervi vostro malgrado, non  vero?"
S'erano fermati innanzi ad un'erta che avrebbero dovuto salire. Lei si volse a lui in silenzio, porgendogli il volto. Egli la prese tra le braccia e la baci e sent la nebbia notturna di cui i baffi erano umidi e inchin il capo e sfreg la faccia sulla spalla di lei e poi premette le labbra sul suo collo. Per un minuto rimasero silenziosi, stretti insieme. Poi egli ud la voce di lei, soffocata contro la sua spalla, dire: "Ma, ma, sapete...  molto pi difficile per la donna. Significa qualcosa di cos diverso per una donna".
"Si pu aver giudizio - rispose lui piano e gentile -. Non occorre cadere in guai".
Lei rimase in silenzio per un istante: poi riprese.
"S, ma... se accadesse... Voi capite: io non potrei sopportarlo...".
Egli la lasci andare, e rimasero discosti e non pi nella stretta che impediva loro di parlare. Egli riconosceva il diritto della donna a difendersi, atteggiandosi ad esitante dinnanzi alle proprie inclinazioni e anche innanzi alla propria persuasione.
"Se, se! - egli esclam tanto bruscamente ch'ella ne ebbe un piccolo brivido di paura -. Non ci deve essere se che tenga, non  vero?"
"Non so", lei replic in tono di tranquillo rimprovero.
"Se dico cos..." lui ripet, irritato dalla di lei sfiducia. Poi sal l'erta, e lei lo segu.
"Ma voi lo sapete: io vi ho pur dato libri....".
"S, ma...".
"Ma che cosa?"
" cos differente per una donna. Voi non sapete".
Egli non rispose nulla a questo. Inciamparono, sotto le querce, nei cumuletti fatti dalle talpe.
"E vedete... come dovremmo andare... scavando insieme nel buio...".
Questo lo fer. D'un tratto fu come se la vita perdesse tutto il suo scintillio. Fu come se lei avesse urtato il fine vaso che conteneva il vino del di lui desiderio, e lo avesse vuotato d'ogni vitalit. Egli aveva recitato tutta la notte una parte difficile, piena di moti profondi, ed ora la luce s'era d'un tratto spenta, e non rimaneva pi che la spossatezza. Egli era silenzioso, stanco, stanchissimo in corpo ed in ispirito. Camminavano per il largo, oscuro prato a testa bassa. D'un tratto lei gli prese il braccio. "Non siate freddo con me!" grid.
Egli si chin e le baci come per quietanza quelle labbra che lei gli offriva per amore.
"No - egli disse seccatamente - non  freddezza... Soltanto... io ho perduto... per questa notte...". Parlava con difficolt. Non trovava una parola da dire... Rimasero insieme, separati, sotto il vecchio pruno, per qualche minuto senza una parola n l'uno n l'altra. Poi egli scavalc il recinto e fu sulla strada maestra, al disopra del prato.
Al dividersi egli non l'aveva neppure baciata. Sost per un momento e guard gi a lei. Scorreva sotto la siepe l'acqua d'un ruscello, mormorando con insolita sonorit. Di lungi da Nethermere, sentivano il triste, ossessionante grido della selvaggina veniente dal nord. Le stelle brillavano ancora intensamente. Egli era troppo esausto per pensare a qualcosa da dire: ella troppo oppressa dal dispiacere, dalla paura e anche da un inesprimibile risentimento. Egli guardava gi alla pallida macchia che la faccia di lei faceva volgendosi in su dal basso del prato, al di l della siepe. I pruni s'erano chiusi al di sopra di lei, inclinati come il tetto d'una capanna. Al di l era la grande distesa del buio. Egli si sentiva incapace di raccogliere la sua energia per dir qualcosa di vitale.
"Addio! - disse. -. Ritorno laggi sabato. Ma mi scriverete. Addio!"
Lei si volse per andare. Egli vide la bianca sollevata faccia svanire e la sua nera forma piegarsi sotto i rami degli alberi e dileguarsi nel gran buio. Non gli aveva detto addio.
...
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Fine.
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IL VECCHIO ADAMO.
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La domestica che apriva la porta stava diventando una bella donna. Pareva quindi avesse l'insolente orgoglio di chi abbia fatto di fresco un'eredit. Poteva esser davvero una splendida donna, avendo dell'ebrea solo quel tanto che bastava per arricchire nel senso della bellezza quella che avrebbe potuto essere complice piacevolezza. A diciannove anni i suoi begli occhi grigi parevano una sfida, ed il caldo colorito ed i neri capelli mollemente inanellati davano ancor pi valore alla piega sensuale della bocca.
Non portava n tocca n grembiale ma solo un'elegante sopravveste con maniche, quale anche una signora avrebbe potuto indossare.
L'uomo cui apr era alto e magro ma grazioso nella sua energia. Aveva indosso un vestito di flanella bianca e portava una racchetta da tennis. Con un lieve inchino alla ragazza s'avanz accanto a lei verso la soglia. Era uno di quelli che attraggono col loro movimento che  inconsciamente osservato come si osserva il volo d'un alcione muovente le ali con ritmico agio. Invece d'entrare in casa, il giovane rimase sulla soglia accanto alla domestica guardando indietro nella buia sera. Quando in riposo aveva l'aria diffidente e ironica, ch' cos notevole nella giovent educata d'oggi: il contrario della tradizionale aggressivit della giovent.
"Sta per scoppiare un temporale, Kate" disse.
"S, credo anch'io" lei rispose da pari a pari.
Il giovane rimase per un momento a guardare gli alberi attraverso la strada e nell'oppressivo crepuscolo.
"Guardate! - disse -. Non c' traccia di colore nell'atmosfera, bench sia il tramonto tutto un oscuro, opaco grigio. E quelle querce ardono verde come il basso d'una fiamma. Guardate!"
"S" disse Kate quasi sgarbata.
"Un'agitata specie di sera: dev'essere cos, dal momento ch' l'ultima che passate con noi".
"S" disse la ragazza arrossendo ed irrigidendosi.
Ci fu un'altra pausa. Poi: "Vi dispiace d'andarvene?" chiese lui con una punta d'ironia.
"In qualche modo s" lei replic piuttosto altezzosa.
Lui rise come se capisse il sottinteso: poi, con un "Ah bene!" entr nell'anticamera.
La ragazza si ferm per un istante stringendo i giovani polsi, irrigidendo il petto stesso in rivolta. Poi chiuse la porta.
Edoardo Severn entr in camera da pranzo. Erano le otto, ed assai scuro per una sera di giugno. Sulle pareti d'un cupo blu sole le cornici dorate dei quadri svariavano pallide. La pendola occupava la stanza col suo grave tic-tac.
La porta s'apriva su d'una tenue serra, guernita da una vite. Dall'annesso giardino Severn poteva udire il chiassoso ruzzare d'un bimbo. And verso la porta vetrata.
Una bimba sui sei anni, vestita di bianco, andava correndo per l'erba lungo l'orlo fiorito. Era molto graziosa, vivacissima e intenta nei suoi movimenti: e pareva a lui un topolino di campagna, che giocasse fra il grano, per pura allegria. Severn si trastullava a guardarla dalla soglia. Lei, d'un tratto, s'avvide di lui. Si ferm, lampeggi un saluto, fece un piccolo gaio salto e si ferm di nuovo, come nella quiete d'una concentrazione.
"Signor Severn - grid in tono d'una straordinaria blandizia - venite a vedere questo".
"Che cosa?" domand lui.
"Venite a vedere" lei insistette.
Lui rise, sapendo che lei voleva soltanto attirarlo nel giardino: e and.
"Guardate!" disse stendendo il suo braccino paffutello.
"Ma che cosa?" chiedeva ancora lui.
La piccola non era affatto disposta a riconoscere che lo aveva attirato l soltanto per suo divertimento.
"Tutt' in bocciuoli!" disse accennando ai chiusi fiorranci. "Vedete!" grid lanciandosi sulle sue gambe, aggrappandosi alla flanella dei suoi calzoni, e tirandolo selvaggiamente. Era una piccola selvaggia Menade. Correva gridando pel giardino come un uccelletto festante e clamoroso, dando ogni tanto un'occhiata all'indietro, per vedere se lui la seguisse. Egli non aveva cuore di desistere: e le camminava rapido dietro. Nell'oscuro giardino le due bianche figure svariavano attraverso le piante in fiore; la bimba col suo abito tutto di seta, scodinzolando come un irsuto uccello: l'uomo, fluido e snello, levandola su ogni tanto e nascondendo la faccia in lei. E continuamente la sua acuta voce reagiva contro i suoi avvertimenti e le sue grida di trionfo nel darle la caccia. Spesso era davvero spaventata da lui; si stringeva forte intorno al suo collo. Ed egli rideva e la canzonava con lenta provocante voce, mentre lei protestava.
Il giardino era grande per essere in un sobborgo di Londra. Era chiuso da un muro alto e scuro, che sorgeva al di l d'una fila di pioppi neri. E al di l delle masse degli alberi, in alto, scivolavano i treni dalla luce dorata, col dolce movimento dei bruchi, ed un rauco sottile rumore.
La signora Thomas stava nell'oscuro passaggio, a guardare la notte, i treni e il balenare e il correre delle due figure bianche.
"Ed ora bisogna rientrare" ud dire Severn.
"No" grid la bimba feroce e cupa come una piccola baccante. E s'aggrapp a lui come un gatto selvaggio.
"S - insist lui -. Dov' vostra madre?".
"Fammi ciondolare" domand la piccola.
Lui la prese su, e lei lo stringeva sin quasi a soffocarlo con le impetuose braccia.
"Vi ripeto: dov' vostra madre?" insistette quasi senza fiato.
" di sopra, grid la piccola. Fammi ciondolare"
"Non lo credo" disse Severn.
"Fammi ciondolare, cion-do-la-re".
Egli si chin, s che lei gli pendette dal collo come un grosso pendaglio. Poi la fece ciondolare, ridendo piano a se stesso, mentre lei strillava di paura. Scivolata, lei gli s'aggrapp al petto.
"Mary! - chiam la signora Thomas in quel basso, cantante tono della donna il cui cuore  commosso e felice - Mary!" ripet grave e dolce.
"Oh, no!" strill pronta la piccola.
Ma Severn se la tolse su. Ridendo, salut piegando il capo e porse alla madre la bimba che gli s'aggrappava al collo.
"Venite qui!" disse la madre severa, stringendo il petto della piccola.
"Oh, no!" protestava la piccola, nascondendo la faccia sul collo del giovinotto.
"Ma  ora d'andare a letto" disse la madre. Rise mentre si volgeva alla piccola per toglierla a Severn. Anche la piccola rideva, stringendosi pi forte a Severn, nel non sentire alcuna determinazione nella stretta della madre. Severn pieg il capo per allentare la stretta della bimba, si chin e la fece dondolare ancora intorno al collo. Lei stringeva e gorgogliava ridendo. La madre continuava a rivolgersi alla piccola, ridendo sommessamente, mentre l'uomo la faceva graziosamente ciondolare, con risatine intermesse.
"Fatemi spogliare dal signor Severn" diceva la monella stringendosi al giovinotto ch'era venuto a pensione dai suoi genitori quando lei aveva appena un mese.
"Siete in grande favore questa sera" disse la madre a Severn. Lui rise e tutt'e tre rimasero per un momento a guardare i treni che andavano e venivano nel buio, al di l del muro. Poi entrarono e Severn spogli la bambina.
Era una bella monella la baccantina con i suoi riccioli d'oro matto sciolti ed effusi, gli occhi di color nocciuola dall'ardito splendore, i piccoli ben spaziati denti fulgidi nella rossa boccuccia. Il giovanotto le voleva bene. Era un tale rifolo di selvaggeria, cos abbandonata ai suoi impulsi, cos bianca e dolce quando riposava, cos sorprendente mentre guizzava a membra ignude. Ma era gi troppo cresciuta perch potesse spogliarla un giovinotto.
Nella sua camicia da notte, chiusa sino al collo, sedette sul ginocchio di lui, mangiando a piccoli morsi rabbiosi il suo pane imburrato. Non avrebbe voluto andare a letto. Ma Severn le fece dire un Pater Noster. Lei pispigliava il suo latino, e la signora Thomas ascoltava arrossendo di piacere, bench ella fosse protestante e deplorasse l'incredulit di Severn ch'era stato un cattolico.
La madre prese la bimba per portarla a letto. La signora Thomas, petto ricolmo e maturo, i capelli neri le ricciolavano intorno alla bassa bianca fronte. Aveva la tinta chiara e belle ciglia e gli occhi d'un azzurro cupo. La parte bassa della faccia era pesante.
"Baciatemi!" disse Severn alla bimba.
Seduto sulla sedia a dondolo, egli alz la testa. La madre gli stette accanto, guardandolo gi e tenendo il ridente demonietto contro il proprio letto. La faccia dell'uomo era levata in alto, le dense ciglia sollevate dalla ridente tenerezza degli occhi che parevano oscuri, perch le pupille erano dilatate. Porgeva la sua bella bocca, sollevati i baffi tagliati corti.
Era un uomo che dava tenerezza ma non ne chiedeva in contraccambio. Si teneva per s tutti il suoi fastidi ridendo: ma, quando in quiete, gli occhi erano molto tristi ed egli era troppo pronto a capire il dolore ma non a volerlo conoscere.
La signora Thomas osservava la sua bella bocca sollevata per baciare. Si chin avanti, abbassando la bambina e, d'un tratto, da un subitaneo cambiamento negli occhi di lui, s'avvide che egli avvertiva l'avvicinarsi a lui del di lei colmo seno di donna. Il demonietto chin la faccia verso di lui e poi, invece di baciarlo, lo lecc d'improvviso nella guancia con l'umida soffice lingua. Egli si ritrasse disgustato, e gli occhi e i denti lampeggiarono d'un minaccioso riso.
"No, no - egli rise in basso, cupo tono -. Non voglio leccamenti canini, mia cara, proprio no".
Gorgogliando di giubilo, la bimba dette in una maligna risatina, affiorante come una bolla.
Lui rialz di nuovo la bocca e pieg orizzontalmente la testa sotto la faccia della giovane madre. Lei guard di nuovo lui, come per una specie di fascino.
"Baciatemi dunque" disse con la gola stretta.
La madre abbass di nuovo la bambina, sentendosi appena sicura del di lei equilibrio. E di nuovo la bimba, quando fu vicina alla faccia, cacci fuori la lingua per leccarlo. Egli si ritrasse in tempo, ridendo nella gola.
La signora Thomas volt la faccia da una parte. Non voleva veder pi.
"Andiamo dunque - grid alla bambina - se non volete dare al signor Severn un bacio ammodo...".
La bimba rise al di l della spalla materna, come uno scoiattolo arrampicatosi lass. Fu portata a letto.
Non era ancora del tutto buio. La nuvolaglia s'era lievemente aperta. Il giovane s'adagi su d'una poltrona, con un volume di versi francesi. Lesse una lirica poi rimase immoto.
"Che? Cos al buio! - esclam la signora Thomass rientrando - leggere con una simile luce!" Lo rimproverava con timida affettuosit. Poi, dando un'occhiata alle sue adagiate membra biancheggianti di flanella nell'ombra, si fece alla porta. Di l si volse di nuovo a lui, guardando fuori.
"Non hanno queste iridi un forte profumo nella sera?" domand alfine.
Lui replic con qualche verso del francese che aveva letto.
Lei non cap. Segu uno strano silenzio.
"L'iris ha un singolare, brutale, carnale odore - si decise alfine a dire - non  vero?"
Lei rise brevemente, dicendo. "Tutto questo io non so".
" proprio cos!" asser lui calmo.
S'alz dalla poltrona e venne sulla soglia accanto a lei.
Presso alla finestra era un grande fascio d'iridi gialle. Pi oltre, nell'ultimo crepuscolo, uno stuolo di enormi papaveri ondulava e ostentava il suo scarlatto dorato che neppure l'oscurit riusciva a spegnere.
"Dovremmo sentirci molto tristi" disse lei dopo un minuto.
"Perch?" chiese lui:
"Ebbene, non  l'ultima notte di Kate?" chiese lei un po' ironica.
"Oh, Kate si d troppe arie".
"Veramente troppo sgarbata, troppo. E quel modo di criticare ogni cosa che voi facciate, e quell'insolenza...".
"Le cose che faccio Io?" domand lui.
"Oh no, voi non potete sbagliare mai. Le mie invece...". La signora Thomas aveva l'ira nella voce.
"Povera Kate! dovr abbassare il tono" disse Severn.
"Certo dovr, e le star bene".
Ci fu un nuovo silenzio.
"Lampeggia" disse lui alla fine.
"Dove?" chiese lei con una premura che lo sorprese. Lei si volse ed incontr i suoi occhi per un secondo. Lui abbass la testa, confuso.
"L, al nord-est" disse, volgendo la faccia da lei. Ella osservava la di lui mano piuttosto che il cielo.
"Oh!" ella disse senza interesse.
"Il temporale girer all'intorno: vedrete" osserv lui.
"Io spero che giri da un'altra parte".
"Non lo far. Voi avete paura dei fulmini, non  vero? Se non ci fossi io qui, vi rifugereste da Kate, non  vero?"
Lei rise tranquillamente alla sua ironia.
"No - rispose con perfetta amarezza -. Il signor Thomas non  mai in casa quando c' bisogno di lui".
"Ebbene, dal momento che non  d'urgenza richiesto, l'assolveremo non  vero?"
In quel momento, un lampo bianco ruppe le tenebre. Si guardarono ridendo. Il tuono segu frammentario ed esitante.
"Penso che chiuderemo la porta" disse la signora Thomas in normale, sufficientemente tranquillo tono. Donna forte, mise facilmente il paletto e gir la grossa serratura. Severn accese la luce. La signora not il disordine nella stanza. Suon e subito apparve Kate.
"Volete portar via le cose della piccola?" comand col tono altezzoso della padrona ostile. Senza rispondere e nella sua superba imperturbabile maniera, Kate cominci a raccogliere i piccoli indumenti. Entrambe le donne si sentivano sicure dell'uomo in bianco, che le osservava in piedi presso il caminetto. Severn si dondolava con un bel fine agile ritmo e sorrideva a se stesso, un po' esultando nel vedere le due donne in quello stato d'ostilit. Kate muoveva all'ingiro con inchinato, sfidante capo. Severn la osservava con curiosit; non riusciva a comprenderla, e lei se ne sarebbe andata l'indomani. Quand'ella fu uscita dalla stanza, rimase ancora in piedi, pensoso. Qualcosa nel suo snello, vigoroso equilibrio, nella sua bianchezza, costringeva la signora Thomas a guardarlo mentre stava cucendo.
"Abbasser gli scuri - egli disse -, diventato sicuro d'attrarre l'attenzione.
"Grazie!" replic lei con indifferenza.
Lui lasci scorrer gi le imposte poi si riadagi nella sua poltrona.
La signora Thomas sedette alla tavola vicino a lui, cucendo. Era una donna di bell'aspetto, ben fatta. Sedeva sotto una lampada voltata verso di lui. Il paralume era di seta rossa lineata di giallo. Lei sedeva in una calda luce dorata. S'era stabilito tra i due uno strano silenzio, come d'attesa, ch'era penoso per ognuno dei due ma che nessuno osava rompere. Severn ascoltava il piccolo rumore dell'agucchiare e andava con lo sguardo dai movimenti della mano cucente alla finestra dove i baleni s'accendevano guizzanti attraverso le imposte. I tuoni erano ancora molto lontani.
"Guardate - disse - come lampeggia".
La signora Thomas balz al suono della sua voce, e scolor lievemente in volto. Si volse alla finestra.
Di l, di tra le assicelle della persiana, veniva il bianco bagliore dei lampi e poi l'oscurit. C'eran temporali diversi sotto l'orizzonte. Appena un lampo aveva cessato di palpitare, ne guizzava un altro che occupava la finestra col suo bianco. Cadeva e un altro sopraggiungeva, come falena batteva l'ala per un momento poi dileguava. I tuoni si sovrapponevano incontrandosi. Due battaglie si combattevano insieme nel cielo.
La signora Thomas divent pallidissima. Cerc di non guardare la finestra, eppure al sentire i lampi eclissar la luce della lampada, osservava, e, ogni volta che un lampo guizzasse alla finestra, rabbrividiva. Severn, del tutto inconscio, stava guardando con occhi attoniti.
"Non vi piace, eh?" chiese alla fine gentilmente.
"Non troppo" lei rispose, e rise.
"Eppure tutti questi temporali sono abbastanza lontani. Non uno vicino a voi".
"No, ma - lei replic ponendo alla fine le mani in grembo e volgendosi a lui - mi fa sentire spossata. Non sapete come mi sento: da non poter pi contenermi".
Essa fece un disperato gesto con la mano. Egli la stava osservando attentamente. Gli sembrava pateticamente impacciata e smarrita: e aveva otto anni pi di lui. Sorrise in una strana allarmata maniera, come un uomo che si sente in pericolo. Lei si chin sul suo lavoro, cucendo nervosamente. Ci fu un silenzio durante il quale n l'uno n l'altra respir a suo agio.
Ed ecco che un lampo pi grosso dell'ordinario pervase la luce gialla della lampada. Entrambi volsero uno sguardo alla finestra: poi si guardarono. Fu dapprima uno sguardo di saluto: poi gli occhi di lui si dilatarono in un sorriso largo e spensierato. La sent vacillare, perdere la sua compostezza, diventare incoerente. Vedendo urgere la debolezza delle inevitabili lacrime, egli sent il suo cuore avvicinarsi ad una crisi. Lei nascose la faccia nel suo cucito.
Severn si pieg sulla poltrona, quasi soffocato dal battere del cuore. Pure, ogni volta che lampeggiava, si guardarono l'un l'altro, palpitanti sino in fondo e paurosi non del fulmine ma di se stessi e l'uno dell'altro.
Egli era tanto commosso che divenne conscio della sua agitazione. "Che diavolo succede?" si chiese meravigliato. A ventisett'anni era assolutamente casto. Altamente colto, apprezzava le donne per la loro intuizione e a causa della delicatezza con cui poteva trasferire ad esse i suoi pensieri e sentimenti senza troppe discussioni. Da questo ad uno stato di passione poteva procedere soltanto con belle gradazioni: e quel procedimento non era mai cominciato. Ora era sorpreso, attonito, turbato, eppure appena conscio di quel che gli stesse accadendo. C'era un dolore nel petto, che lo faceva ansare, ed un'involontaria tensione nelle braccia, come se dovesse stringere al petto qualcuno. Ma l'idea che questo qualcuno fosse la signora Thomas lo avrebbe urtato troppo, se mai avesse potuto venirgli. La sua passione era cresciuta nel subcosciente ma era ormai a tal punto che doveva trarre con s la conscia anima e farla suddita. Questo, tuttavia, non sarebbe probabilmente mai avvenuto, ed egli non avrebbe concesso quella sudditanza e quella cieca emozione, in quella direzione, se non avesse potuto trarre lui solo.
Verso le undici entr il signor Thomas.
"Credevo che non sareste tornato pi a casa", Severn sent la signora dire al marito i cui passi s'appressavano.
"Ho lasciato l'ufficio alle dieci e mezzo" replicava spiacevolmente la voce di Thomas.
"Oh, non provate a ripetermi questa vecchia storia" rispose con disprezzo la donna.
"Non provo niente affatto, Gertie - replicava il marito con sarcasmo -. Ho semplicemente risposto alla vostra domanda...".
Severn lo immaginava inchinantesi con l'affettata dignit d'un magistrato: e sorrideva. Il signor Thomas era qualcosa nei tribunali.
La signora Thomas lasci il marito nell'anticamera e venne a sedersi di nuovo alla tavola dove lei e Severn avevano appena finito di cenare e stavano intanto leggendo.
Thomas entr ed arross vivamente. Era un uomo sulla quarantina, di mezza statura, tarchiato, di bell'aspetto. Ma aveva fatto le spalle rotonde a furia di sporgere il mento per parere l'uomo aggressivo, dalla forte mandibola. Aveva in realt una buona mandibola ma la bocca era piccola e nervosamente contratta. Gli occhi bruni erano della specie emozionabile affezionata, priva d'orgoglio e d'ogni austerit.
Non parl a Severn, n Severn a lui. Bench i due uomini si trattassero di solito amichevolmente, venivano momenti come quelli, in cui, senza una ragione, diventavano cupamente ostili. Thomas si sedette pesantemente e prese la sua bottiglia di birra. Le sue mani erano massicce, e rudimentali nei movimenti. Severn osservava le tozze dita che stringevano il bicchiere come se fosse un traditore nemico.
"Avete avuto la cena, Gertie?" domand in un tono che suonava come un insulto. Non poteva sopportare che quei due se ne stessero l leggendo, come se lui non esistesse.
"S - replic lei guardandolo con impaziente sorpresa -.  tardi abbastanza". E si seppell di nuovo nel suo libro.
Severn s'immerse anche pi e fece una smorfia. Thomas ingoi una boccata di birra.
"Vorrei che rispondeste alle mie domande, Gertie senza superflui dettagli" disse Thomas in uno spiacevole tono, sporgendo il mento come per un interrogatorio.
"Oh! - replic lei con indifferenza, senza alzare gli occhi -. Non andava bene la mia risposta?"
"Benissimo. Grazie" rispose lui inchinandosi con gran sarcasmo.
Ritorn il silenzio. Severn fece ancora una smorfia, ghignando.
"Stasera m'hanno fatto un complimento, Gertie", riprese in tono amichevole Thomas dopo un istante, ignorando sempre Severn.
"Hm, hm" mormor la moglie. Era quello un conosciutissimo esordio. Thomas prosegu imperterrito col suo tono cortese verso la signora, trangugiando il cattivo umore.
"Il consigliere Jarndyce in pieno consiglio... Mi state a sentire, Gertie?"
"S" replic lei, levando gli occhi per un momento.
"Conoscete lo stile del consigliere Jarndyce - continu Thomas col tono dell'uomo deciso ad esser cortese e paziente - il cortese vecchio gentiluomo inglese..".
"Hm, hm" replic la signora Thomas.
"Stava replicando a..." E Thomas si profuse in lunghi, noiosi dettagli che nessuno segu.
"S'inchin allora a me, poi al signor presidente dicendo: Sento il dovere di dire, signor presidente che abbiamo una ragione per rallegrarci. Abbiamo un impareggiabile elemento in un membro del nostro ufficio. C' per suo merito una cosa di cui possiamo essere sempre sicuri: il punto di vista del diritto. Ed  un punto importante, signor presidente... E nel dir cos, s' inchinato al signor presidente e s' inchinato di nuovo a me. E voi avreste dovuto sentire l'applauso tutt'in giro per la Camera di consiglio per la gran tavola a ferro di cavallo. Non potete immaginare che impressione faccia. Ed ogni faccia verso di me nella Camera... Udite, udite. Non immaginate che rispetto si abbia per me, signora Thomas, nel disbrigo degli affari...".
"Ebbene, questo vi basti" disse la signora Thomas calma ed indifferente.
Il signor Thomas si perdeva nel suo pane imburrato.
"Il gaglioffo ha bevuto due gocce di whiskey scozzese: e lavora d'immaginazione" pens Severn divertito.
"Mi pareva che m'aveste detto che non ci sarebbe stata nessuna adunanza stasera" not d'improvviso la signora Thomas con indifferenza.
"C' stata adunanza in Camera di consiglio - afferm il marito, tirandosi su con ufficiale dignit. Questa sua eccessiva e ferita dignit fece torcere Severn: la bugia disgust, suo malgrado, la signora Thomas.
Ora Thomas, sempre corteggiando la moglie e considerando Severn come inesistente, sollev una questione di politica ed approv un'opinione dei Lords, offensiva per il giovinotto. Severn si era alzato, aveva stirato le membra e messo gi il libro. Si stava appoggiando sul caminetto, con aria indifferente, come se appena notasse i due conversatori: ma sentendo Thomas pronunciarsi come un noioso pedante sulla Legge per le donne, si ribell e freddamente contraddisse il padron di casa. La signora Thomas lanci uno sguardo trionfante al bianco giovinotto che si divertiva cos sprezzante accanto al caminetto. Thomas fece l'una dopo l'altra crocchiare le nocche ed abbass i neri occhi pieni d'odio. Dopo una sufficiente pausa, essendo la sua timidit ancor pi forte che l'impulso, replic con una frase che suon finale. Severn ne condens il senso in poche parole. Nel discutere Severn, pi colto e assai pi graziosamente arguto dell'antagonista il quale tuonava le sue risposte col tono del giurista invincibile ma non possedeva alcuna finezza d'intuito, smontava ad una ad una le ragioni dell'avversario e gli sorrideva. Il giovinotto ci si divertiva, fissando con una puntata di disprezzo gli occhi neri dell'avversario che si contorceva.
La signora Thomas intanto prendeva senza riserve la parte di suo marito contro le donne. Severn ne era irritato: e aveva per lei una sprezzante collera. La signora Thomas gli dava di quando in quando un'occhiata, con una piccola estasi lampeggiante nei suoi occhi azzurri. L'ironia della sua propria parte era deliziosa per lei. Se lei si fosse schierata con Severn, il giovinotto avrebbe avuto piet del marito rimasto solo e sarebbe stato gentile con lui.
La battaglia delle parole s'era fatta pi quieta e pi intensa. La signora Thomas non fece nulla per arrestarla. Alla fine Severn sent che lui e Thomas ci si erano troppo riscaldati. Thomas s'arrabattava penosamente come un coniglio mezzo impazzito che non vuol capire d'essere in trappola. Finalmente i suoi sforzi avevano mosso a piet lo stesso avversario. La signora Thomas era invece senza piet. Disprezzava i cavilli del marito quando la sua disonest intellettuale era troppo evidente per lei. Severn era alle sue ultime frasi e non intendeva dire di pi. Thomas allora fece crocchiare le nocche una dopo l'altra, si volse consunto da febbrile umiliazione, e vi fu un silenzio.
"Me ne andr a letto" disse Severn. Avrebbe voluto aggiungere qualche parola conciliante verso il padrone di casa e indugi con quel proposito: ma gli venne fatto di trovare neppure una sillaba all'uopo.
"Prima d'andare vorreste, signor Severn, aiutare il signor Thomas a portare gi il baule di Kate? Potreste esservene andato prima che mio marito s'alzi domattina, e la carrozza viene alle dieci. Vi dispiace?"
"Ma di che?" replic Severn.
"Siete pronto, Joe?" domand al marito.
Thomas s'alz con l'aria dell'uomo che si reprime, deciso ad esser paziente.
"Dov' il baule?" domand.
" su, all'ultimo piano. Avvertir Kate perch non abbia paura.  gi andata a dormire".
La signora Thomas dominava perfettamente la situazione. I due uomini erano umili innanzi a lei. Faceva strada con la candela, sino al terzo piano. L sul piccolo pianerottolo, al di fuori della porta chiusa era un grosso baule in latta. I tre facevano pianissimo a causa della bambina.
"Povera Kate - pensava Severn - cacciarla nel mondo e senza un perch". Sentiva un impulso d'odio per l'intero genere femminile.
"Devo andare primo, signor Severn?" domand Thomas.
Era sorprendente quanto fossero amici i due uomini non appena avessero qualcosa da fare insieme o la signora Thomas fosse assente. Allora diventavano camerati: Thomas l'anziano, il tarchiato, assumeva la parte del protettore, bench sempre deferente verso il pi giovane, il pi spiritoso.
"Sar meglio che scenda prima io - disse gentilmente Thomas - e, se voi mettete questo intorno alla maniglia, non vi taglier le dita".
Trasse dalla tasca ed offr al giovinotto un flessibile librino. Le mani di Severn erano cos piccole e delicate che Thomas ne sentiva piet.
Severn alz da un capo il baule. Volgendosi indietro con ridente volto alla signora Thomas che faceva lume con la candela, sussurr: "Kate ha un bagaglio ben pi grosso del mio".
"So quanto sia pesante" rispose ridendo la signora Thomas.
Thomas, che aspettava sull'orlo della scala, vide la nuda gola di Severn volgersi verso la donna sorridente, e sussurrar parole che la dilettavano.
"A vostra disposizione, signore" disse nel suo pi compiacente ed ufficiale tono.
"Scusate..." disse Severn un po' vergognandosi.
L'anziano, reggendo il baule, indietreggiava con estrema cautela, scendendo rigido gi per la scala e guardandosi dietro ansiosamente.
"Volete far luce per me, Gertie?" not sarcastico, quando ebbe fatto un gradino. Lei sollev la candela con uno scatto. Lui era affannato e di cattivo umore. Severn, sempre indifferente, seguiva con un tenue sorriso, reggendo la cassa dal suo lato con un negligente agio di movimenti. In realt il pesante carico gravava per tre quarti su Thomas. La signora Thomas guardava le due figure dall'alto.
"Se scivolasse ora - pensava Severn al veder la faccia rossa e ansiosa del padron di casa - lo schiaccerei come un gamberetto". E rideva entro di s.
"Non scendete ancora - avvert piano la signora Thomas che sentiva seguire -. Se scivolaste, ne andrebbe di mezzo il sedere di mio marito. Attenti all'orribile valanga!"
Rise e la signora Thomas ebbe un piccolo sogghigno. Thomas, rossissimo e sbuffante, li guard con ira ma non disse niente.
In fondo alla rampa, la scala accennava a girare a chiocciola. Severn era pi spensierato che mai. Quando fu al piccolo svolto giubil entro di s sentendo che le sue lisce pantofole diventavano pericolose su quegli stretti gradini triangolari. Amava il rischio sopra ogni altra cosa, ed un inconsapevole istinto gli faceva doppiamente gradito il rischio quando il rivale era sotto il peso: bench, nel suo conscio, non avrebbe mai voluto torcere neppure un capello del suo padron di casa.
Thomas cominciava gi a sentirsi liberato, essendo all'ultimo gradino, quando d'un tratto, per caso, Severn scivol. Il gran baule cigol come pel dolore, Severn slitt gi per la scala: e Thomas, rovesciato all'indietro attraverso il pianerottolo, and a sbattere la testa contro il primo pilastrino della balaustra. Severn, vedendo che il danno non era stato grave, si stava arrabattando ai suoi piedi e rideva dicendo: "sono dolentissimo..." mentre Thomas si rialzava. L'anziano era come un toro inferocito. Vide la faccia ridente di Severn e perse il lume della ragione. I neri occhi schizzarono fiamme.
"Ah, l'avete fatto apposta" grid e sferr senz'altro al giovinotto due duri pugni, tra mandibola e orecchio. Thomas, giocatore di calcio e boxer in giovinezza, era cresciuto su tra i forti di Swansea; Severn invece in un collegio religioso di Francia. Sino ad allora il giovanotto non era stato mai colpito in faccia. Divent bianco sull'istante e cieco di rabbia. Thomas s'era messo in guardia, i pugni alzati. Ma nell'angusto ingombro pianerottolo non c'era spazio per uno scontro. Inoltre Severn non aveva alcun istinto di pugile. Le dita aperte e rigide, il giovinotto balz sull'avversario. Malgrado il colpo che aveva ricevuto ma non sentiva pi, si spinse avanti e poi afferrato Thomas pel colletto lo butt gi rumorosamente. Immediatamente le sue squisite mani strinsero la tumefatta gola dell'altro, essendosi il colletto di tela strappato sul davanti. Thomas lottava ferocemente, con cieca bruta forza, ma l'altro lo teneva avvinghiato come un bianco acciaio, concentrando la sua fine intelligenza invece di perderla: nello sforzo di strangolare Thomas al pi presto. Strinse sempre pi forte arrovesciando la testa del padron di casa contro l'orlo della prossima rampa di scale. Thomas massiccio e congestionato, perse ogni barlume di ragione. Lottava come un animale al macello. Il sangue dal naso gli insanguinava la faccia. Faceva un orribile rantolo mentre lottava.
D'un tratto Severn si sent la faccia presa e voltata da due mani. Incontr gli occhi di Kate in uno stato veramente agonico. Lei si chinava gi, gli dominava gli occhi.
"Che cosa vi proponete di fare?" grid con frenetica indignazione. S'inchinava sopra di lui, in camicia da notte, le due nere trecce cadenti gi a perpendicolo. Egli nascose la faccia, togliendo via le mani dalla gola di Thomas. Mentre s'inginocchiava alzandosi, guard su per la scala. La signora Thomas era rimasta l, contro la balaustra, senza moto, impietrita dall'orrore e dal rimorso. Egli vide il rimorso con perfetta evidenza. Ne distolse lo sguardo, furioso per la vergogna. Vide il padrone di casa inginocchiarsi, portando le mani alla gola, soffocante, rantolante, annaspante. Il cuore del giovinotto si riemp di rammarico e d'angoscia. Circond con le braccia il massiccio uomo e lo sollev, dicendogli teneramente: "Lasciate che vi aiuti".
Aveva appoggiato Thomas contro il muro, quando l'uomo soffocante cominci a cader gi di nuovo in deliquio, continuando ad ansare pietosamente.
"No, state su; vi sentirete meglio stando su" ordin Severn rigido, rialzando di nuovo il padron di casa. Thomas faceva del suo meglio per ubbidire, instupidito. Il naso sanguinava ancora: ed egli ancora si toccava la gola ed ansimava con un gracidio. Ma il respiro cominciava a diventar pi profondo.
"Acqua, Kate, con una spugna... fredda" disse Severn.
Kate torn in un istante. Il giovinotto bagn la faccia del padron di casa e le tempie e la gola. Il sangue cess immediatamente. Il respiro del grasso uomo divent una serie d'irregolari, scuotenti controfiati come in un bimbo che abbia avuto un forte singhiozzo. Pot prendere finalmente un profondo fiato, ed il respiro riprese allora il suo ritmo, con poche leggere interruzioni. Portando ancora la mano alla gola, guardava ora su, con i confusi imploranti occhi neri, in un silenzio affranto ed implorante. Muoveva la lingua come per provarla, tirando indietro la testa un tantino, e muoveva i muscoli della gola. Poi rimetteva le mani sul punto che gli doleva.
Severn era abbattuto dall'angoscia. In quel momento avrebbe dato volentieri la mano destra per quell'uomo che aveva ferito.
La signora Thomas intanto rimaneva sulla scala, guardando. Per un lungo tempo non os discostarsi, sapendo che sarebbe caduta. Guardava. Una delle crisi della sua vita stava passando. Piena di rimorso, stava entrando nell'amaro paese del pentimento. Non doveva pi sperare alcunch per se stessa. Il resto della sua vita l'avrebbe speso in abnegazione: non c'era pi per lei n simpatia n grazia in amore, n amore ed armonia nella vita. D'ora innanzi, per tutto quel che riguardasse i suoi desideri, ella era morta. Una atroce gioia traeva gi da siffatta tortura.
"Vi sentite meglio?" domandava Severn all'uomo ancora malconcio. Thomas guardava con tragici occhi oscuri l'interrogante. Non c'era ira in quello sguardo; sola una muta piet di se stesso. Non rispose ma parve un animale ferito, pietosissimo. La signora Thomas represse pronta un impulso d'impaziente disprezzo per lui, sostituendo quel sentimento con un confuso, astratto senso di dovere, sublime e freddo.
"Venite - diceva Severn pieno di piet e gentile come una donna -. Lasciate che io vi aiuti a rimettervi in letto".
Thomas, appoggiandosi pesantemente sul giovinotto, il cui bianco vestito era chiazzato di sangue e d'acqua, incespic affranto sino alla propria stanza. L Severn gli slacci le scarpe e mise via quel che restava del colletto. A quel punto entr la signora Thomas. Aveva preso ormai anche lei la sua parte nel dramma: stava piangendo.
"Grazie, signor Severn" disse freddamente. Severn, congedato, sgusci fuori della stanza. Lei subentr accanto al marito, prese la patetica testa sul di lei petto e la premette l. Nel giungere in fondo alla scala, Severn udiva qualche singhiozzo del marito tra il ronfare del pianto di lei. E scorse Kate, ch'era rimasta sulla scala a veder se tutto rientrasse nell'ordine, risalire alla sua stanza con fredda, calma faccia.
Egli chiuse la casa e mise ogni cosa in ordine. Poi riscald un po' d'acqua per bagnarsi la faccia che si stava gonfiando dolorosamente. Finite le sue fomenta, si sedette e riflett amaramente, con una gran vergogna per l'accaduto.
Mentre sedeva, la signora Thomas venne gi per qualche cosa. Il suo contegno era freddo e ostile. Dette un'occhiata all'intorno per vedere se tutto era a posto. Poi: "Spegnerete voi la luce quando andrete a letto, signor Severn "disse pi formale che una padrona di casa ai bagni di mare. Lui si sent insultato: ogni essere umano avrebbe spento la luce al ritirarsi. Inoltre egli era quasi ogni sera quello che metteva il catenaccio in casa, e l'ultimo ad andare a letto.
"Lo far, signora Thomas" rispose. S'inchin con gli occhi scintillanti d'ironia, perch sapeva che la sua faccia era gonfia.
Lei si volse di nuovo quand'ebbe raggiunto il pianerottolo.
"Forse non vi dispiacer d'aiutare me a portar gi il baule" Lui non rispose, come avrebbe fatto un'ora prima, che lasciasse stare, che quello era un lavoro da uomo, di cui lei non avrebbe dovuto occuparsi. Sal ora, s'inchin, ritorn con lei al pianerottolo superiore. Prendendo ora la pi gran parte del peso, venne pronto gi col carico.
"Grazie. Molto buono. Buona notte!" disse la signora Thomas e si ritir.
Al mattino, Severn s'alz tardi. La faccia era considerevolmente gonfia: ed entr in pigiama nella stanza di Thomas.
L'altro uomo era in letto: su per gi con l'aspetto di sempre, ma lugubre in volto, per quanto felice di sentirsi coccolato.
"Come state stamane?" domand Severn.
Thomas sorrise e guard quasi con tenerezza il suo amico.
"Sto bene: grazie" rispose.
Guard la faccia gonfia e la scalfita gota dell'altro, poi di nuovo, affettuosamente, gli occhi.
"Mi dispiace - disse indicando con lo sguardo - per quello" aggiunse con semplicit. Severn sorrise con gli occhi, alla sua gaia maniera.
"Non sapevo - disse - che fossimo cos essenzialmente bruti. Io mi credevo tanto civilizzato".
Sorrise di nuovo, a bocca contratta e rigida. Thomas fece uno scongiurante piccolo grugnito di riso.
"Oh, non so - disse - mostra che un uomo ha l'istinto del combattimento".
E guard la faccia dell'altro, come un colpevole. Severn sorrise con una punta d'amarezza. I due uomini si strinsero le mani.
Alla fine, Severn e Thomas, come conoscendosi meglio, diventarono due perfetti amici, con una gran gentilezza l'uno per l'altro. Dal lato suo, la signora Thomas era soltanto cortese e formale con Severn, trattandolo come se fosse un estraneo.
Kate, seguendo il destino dei suoi miglioramenti, era scomparsa dal loro orizzonte.
...
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...
Fine.
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...
LA SUA VOLTA.
...
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...
Era la seconda moglie, e cos era tra di loro quel patto che non c' mai tra il marito e la sua prima moglie.
Era qualcuno per le donne, e, come tale, un'eccezione tra i minatori. Con tutti i loro scrupoli, le donne del vicinato avevano un debole per lui. Era aitante, ingenuo e molto cortese con esse. Tale era anche con la seconda moglie.
Omaccione di considerevole forza e di perfetta salute, guadagnava molto denaro alla miniera. La natural cortesia lo salvava da inimicizie, mentre il suo appassionato interesse alla vita lo faceva sempre gradevole. Andava dunque per la sua via, aveva sempre molti amici e sempre un buon lavoro gi nel pozzo.
Dava alla moglie venticinque scellini la settimana. Aveva due figli grandi a casa: ed essi contribuivano con dodici scellini ciascuno. C'era solo un figlio dal secondo matrimonio, e cos Radford considerava che la moglie dovesse stare bene.
Diciotto mesi prima, i minatori di Bryan e di Wentworth erano stati in isciopero per undici settimane. Durante quel tempo la signora Radford non pot n corteggiare, n invadere, n rosicchiare in modo alcuno i dieci scellini della paga di sciopero, che suo marito riceveva. Tanto che al sopraggiungere del secondo sciopero era ben provvista per l'azione.
Ed ecco Radford che se ne va, lemme lemme, dalla moglie dell'oste, al "Corno d'oro".  una grossa, svelta donna sui quarant'anni mentre il marito ne ha sessantatre ed  per giunta rattrappito dai reumatismi. Lei siede nella stanzetta a bar, che d sulla strada, facendo la calzetta e centellinando un moderatissimo bicchiere di whiskey scozzese. Quand'entra qualcuno importante nel bar largo appena tre piedi, lei s'alza, lo serve, l'assiste, e, se proprio le piace, aggiunge: "Non volete entrare?"
Se entra non trover pi di uno o due clienti. La stanza  calda, piccolissima: e la padrona continua a far la calza. Dice qualche parola gentile al nuovo venuto poi ripiglia il discorso con quello che la interessa di pi.  una donna diritta, dalla faccia molto rossa, dagli indifferenti occhi castagni.
"Che cosa mi domandavate, signor Radford".
"Che differenza c' tra la coda d'un asino ed un arcobaleno?" chiede quello che aveva una divorante passione per gli indovinelli.
"Ogni differenza possibile e immaginabile" rispose la padrona.
"S, ma che speciale differenza?"
"Devo rinunciarci anche questa volta: direte che sono una testa d'asino, temo...".
"Me ne guarderei bene: ma riflettete un tantino. Se...".
L'indovinello era ancora allo studio quando una ragazza entr: una moretta, bona assai. Appena fu uscita, "Sapete chi ?" domand la padrona.
"Non la conosco affatto" rispose Radford.
" la figlia di Federico Pinnock, da Stony Ford. Sta facendo la corte al nostro Willy".
" una bella ragazza, non c' che dire".
"S, abbastanza quanto a questo. Ma come moglie, gli andrebbe, secondo voi?"
"Fatemici pensare un tantino" rispose l'uomo. Trasse di tasca un librino e un lapis. La padrona riprese a parlare con gli altri clienti.
Radford era un omone dal capelli oscuri, i baffi castani e gli occhi d'un blu oscuro. La voce profonda per natura, era un po' ingolata ed aveva un singolare timbro tenorile, piuttosto rauco, disturbante. Egli la modulava assai nel parlare, come gli uomini che chiacchierano molto con donne. Una certa indolenza era sempre nelle sue maniere.
"Il nostro signore  pigro - soleva dire la moglie -. Avrebbe sempre un'infinit di cose da fare: ma decidetelo a farle, se potete".
Ma lei sapeva benissimo che, in realt, era soltanto indifferente alle piccole faccende e niente affatto pigro.
Rimase a scrivere una decina di minuti, in capo ai quali lesse.
Vedo una bella ragazza piena di vita
La vedo matura pel fidanzamento
Ma c' gelosia tra le ciglia
E gelosia porta sul labbro
Io vedo guai che cominciano
Willy  delicato
Lei non gli avrebbe riguardo
Non vedrebbe quando  indisposto
Vedrebbe soltanto il suo piacere...
Cos, in frasi, soleva buttar gi le sue riflessioni. Non era nato pei brancicamenti dell'espressione: e cos, ogni volta che avesse qualcosa di serio da dire, lo scriveva "in poesia", com'egli la chiamava.
Allora la padrona s'alz dicendo: "Dovr andare a dare un'occhiata al mio principale. Sar qui di nuovo prima della chiusura".
Radford continu a sedere, a suo agio. Dopo un certo tempo, anche lui dette la buona notte alla compagnia.
Quando fu in casa, alle undici e un quarto, i figli erano gi a letto, e la moglie sedeva aspettandolo. Era una donna di mezza statura, grassa e liscia, un minestrone casalingo. Lindamente divisi erano i neri capelli, e gli angusti occhi eran timidi e satirici. Un singolare tono nasale era nell'ironica voce.
"La nostra signora  una micetta" diceva con leggerezza Radford di lei. Quella straordinariamente linda, liscia faccia era certo rimarchevole. La signora Radford era d'una salute di ferro.
Lui non tornava mai a casa ubbriaco. Liberatosi di giacca e berretta, s'era seduto a cenare in maniche di camicia. Qualunque cosa facesse, lei era affascinata da lui. Lui aveva un collo robusto, con peli corti e ricciuti. Fosse pure in collera, lei aveva una passione per quel suo collo, massime quando vedeva la gran vena turgida sotto la pelle.
"Penso, padrona - egli disse - che preferirei un po' di formaggio a questa carne".
"Ebbene, non potete prendervelo voi stesso?"
"Certo" rispose lui: e se and alla dispensa.
"Penso che, tornando a casa a quest'ora, vi possiate anche servire da voi", si giustific lei.
Si muoveva a disagio sulla sedia. C'erano parecchie tartine alla conserva accanto al formaggio, sul piatto ch'egli port.
"Queste tartine, padrona - disse - spariranno che sar un piacere".
"Me l'immagino. Dovreste allora pensare un po' anche a pagarle" replic lei scherzosa ma risoluta.
"Che cosa volete ora?"
"Che cosa voglio? Non l'avete immaginato ancora?" replic lei sarcastica.
"Non immagino niente, padrona".
"No? Davvero? Ma dov' il mio denaro? Oggi dovete aver riscosso la paga dall'Unione. Quando mi date il denaro?"
"Avete gi denaro: usate quello".
"Grazie. E voi non ne avete altro da darmene, in nessun modo?"
"No: l'avevo prima che m'avessero pagato: ora neanche mezzo centesimo."
"Forse... Dovreste vergognarvi a parlar cos".
"Ci divideremo allora il denaro avuto dall'Unione - disse lei -. Questo mi pare giusto".
"Lo divideremo. Ma tu ce ne devi avere altro".
"Va benissimo - disse lei - tirer avanti".
E and a letto. Era proprio contrariata per non avergli potuto cavare niente.
Il giorno dopo lei parve come al solito. Ma, quando furono le undici, prese la borsa e and in citt. Il traffico languiva. Gli uomini girellavano a frotte, e c'era dovunque chi giocava a piastrelle per le strade. Era una mattinata piena di sole. La signora Radford entr nella bottega del mobilaio e tappezziere.
"Ho bisogno di qualcosa per casa - spieg al signor Allcok - e penso che potrei comprarla proprio adesso che gli uomini sono in casa e mi possono spostare i mobili".
Pose la sua pingue borsa sul banco con un piccolo colpo risuonante. L'uomo doveva sentire che non le mancava il valsente. Compr linoleum per la cucina, un nuovo torcitore, un servizio da colazione, una rete metallica e varie altre cose, lasciandosi solo un trenta scellini che annod in un angolo del fazzoletto. Nella borsa non era rimasta che qualche moneta d'argento. Suo marito stava facendo un po' di giardinaggio a casaccio quand'ella rientr in casa. Gli asfodeli erano ormai sfioriti. I polledri nel campo in fondo al giardino, scuotevano il vellutato collo castagno.
"Venite a vedere, padrona - chiam Radford dalla capanna a mezza via gi pel sentiero -. Due colombi nella gabbia stavano tubando".
"Che vi succede?" domand la donna all'avvicinarsi.
Egli teneva una tartaruga nella grossa terrosa mano. Con estrema lentezza la bestia stava sporgendo di nuovo la testa al sole.
"Qualche volta si sveglia" disse Radford.
" come i cristiani. Anche lei si sveglia per aver la sua vacanza" disse la moglie. Radford grattava la piccola testa scagliosa della bestia.
" un piacere vederla uscire" disse lui.
Avevano appena finito di pranzare quando un uomo buss alla porta. "Manda Allcock" annunci.
La grossa donna prese su il fagotto delle maioliche che aveva comprate.
"Che cosa hai preso?" le domand il marito.
" da tanto tempo che ci mancavano tazze per la colazione. Cos sono andata in citt e le ho prese" spieg lei.
Lui la guardava, mentre lei tirava fuori le maioliche.
"Hm - fece lui -. Dev'essere costato, a quel che pare".
Un altro rumore alla porta. L'uomo aveva messo gi il rotolo di linoleum. Il signor Radford usc a guardare.
"Qui si va di galoppo" esclam.
"Chi pi di voi brontolava per la cerata logora della cucina?" replic lei con l'insidiosa voce di gatta.
"Va bene, va bene" disse Radford.
L'uomo del carro era all'entrata con un altro rotolo, che deposit con un grugnito sulla porta.
"E quanto dovrete sborsare?" domand il marito.
"Tutto pagato: non vi preoccupate" fece lei.
"Volete darmi una mano, padrone?" domand il carrettiere.
Radford lo segu all'entrata con la sua agiata, placida andatura. La moglie lo precedeva. Il di lui farsetto, sbottonato, pendeva sulla camicia. Nel seguire il suo uomo ella osservava il suo agio pieno di benessere, compiacendosene come sempre.
Il carrettiere prese per un capo la rete metallica e la trasse fuori.
"Ma questo  un sughero" disse Radford nel ricevere il carico.
"Ora il torcitore" disse il carrettiere.
"Che faccenda hai combinato, padrona?" domand il marito.
"L'ultima volta che si  lavato, mi sono detta che se dovevo girare un'altra volta quel torcitore, tanto valeva che lavassi io addirittura i panni".
Radford seguiva di nuovo il carrettiere nell'entrata. Nella strada donne stavano osservando, e dozzine d'uomini girellavano intorno intorno al carro. Uno aiut officiosamente a trasportare il torcitore.
"Dagli tre pence di mancia" disse la signora Radford.
"Dagliene delle tue" replic il marito.
"Io non ho cambio al di sotto di mezza corona".
Radford dette la mancia al carrettiere e rientr in casa. Sorvegli il collocamento delle maioliche, del linoleum, della rete metallica, e del torcitore e delle altre cose che venivano a popolare la casa ed il cortile.
"Ecco una matassa da dipanare" egli ripet.
"Ne avevamo un gran bisogno" lei replic.
"Voglio sperare che ce ne sia ancora del denaro nella borsa da cui  uscito tutto questo" insist lui in tono pericoloso.
"Proprio quel che non c' pi - fece lei aprendo la borsa -. Due mezze corone:  tutto quello ormai ch'io ho al mondo".
Egli guard in perfetto silenzio.
"Va bene" disse lei.
C'era in lei un certo affettato senso di soddisfazione. Un'onda di furore invase lui, accecandolo. Ma aspettava, aspettava. D'un tratto il suo braccio s'alz su; stretto il pugno, ed i suoi oschi lampeggiarono su lei. Lei balz via, pallida e interrorita. Ma egli fece ricadere il pugno sul fianco, s'alz ed usc brontolando. And nella capanna ch'era a mezzo giardino. L prese su la tartaruga e rimase a capo chino, strofinando quella coriacea testa.
Lei rimase esitante ad osservarlo. Aveva il cuore pesante: eppure c'era qualcosa di curioso, di gattesco nei suoi occhi. Poi rientr in casa e guard le sue tazze con ammirazione.
La settimana prossima egli le dette senza una parola il suo mezzo sovereign.
"Avrete bisogno d'un po' per voi": disse lei, e gli dette uno scellino. Lui l'accett.
...
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...
Fine.
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PAGA DI SCIOPERO.
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...
Il sussidio per lo sciopero  distribuito nella vecchia cappella metodista. Il banditore era in giro fin dal primissimo mattino ad annunciare che la paga sarebbe cominciata alle dieci.
La vecchia cappella metodista  una specie di grande stalla, costruita, disegnata e pagata dai minatori stessi. Ma nella primitiva forma minacciava rovina, tanto che s'era dovuto chiamare alfine un architetto professionista per metterla a sesto.
Sta nel quadrato. Quaranta anni prima, quando Bryan e Wentworth avevano aperto i loro pozzi, avevano essi alzato i "quadrati" delle case pei minatori: due grandi quadrilateri di case, chiudenti un nudo tratto di terreno, coperto di cocci e calcinacci, che forma un quadrato, un grande, inclinato, bozzoso campo pei bimbi e per la stesa dei panni a molte donne nei giorni di lavatura.
Il mercoled  ancora giorno di lavatura per alcune donne. Come gli uomini s'addensavano intorno alla cappella, sentivano il thud-thud di molti pancioni, di donne cio che sbattevano i panni nella secchia con un pestello di legno. In piazza intanto ondeggiavano al vento i bianchi panni da un laberinto di file; e qua e l donne comparivano chiamando i minatori, o i piccoli che si gingillavano sotto gli sventolanti lenzuoli.
Ben Towsend l'agente dell'Unione, ha un brutto modo di pagare. Tiene i minatori raccolti nei diversi gruppi e li chiama poi uno alla volta. Grosso uomo, dai gesti oratori e la barba grigia, sedeva alla tavola nella vecchia scuola, gridando un nome dopo l'altro. La stanza era piena di minatori, ed un grande gruppo urgeva dal di fuori. La confusione era all'estremo. Ben andava dal gruppo di Caroll Street e quello di Queen Street: e gli uomini di questo gruppo non c'erano ancora: e ognuno doveva esser pagato a suo tempo.
"Joseph Grooby... Joseph Grooby... Dove vi siete cacciato, Joe?"
"Un minuto, un minuto! Mi dispiace!... - gridava Joe dal di fuori - mi sto facendo strada".
C'era un gran chiasso tra gli uomini.
"Sono ora al gruppo di Queen Street. Dovreste essere tutti presenti. Uh, finalmente, Joe!..." gridava l'uomo dell'Unione.
"Cinque figli..." diceva Joe, contando sospettoso il denaro.
"Va bene, mi pare - replicava la voce tonante -. Quindici scellini, non  vero?"
"Un bob (mezzo fiorino) per ogni piccolo" diceva il minatore.
"Thomas Sedgwick... Come state, Tom? La signora sta meglio?"
"S, abbastanza bene tutti. Un duro mestiere quello d'oggi, eh, Ben?"
Era un sarcasmo sulla poltroneria dell'uomo che aveva abbandonato il pozzo per farsi agente dell'Unione.
"S, ho dovuto alzarmi alle quattro per preparare la paga".
"Non ti sciupar troppo" fu la risposta: e gli uomini risero.
"No... Giovanni Merfin!"
Ma i minatori, stanchi dell'attesa, eccitati dallo spirito dello sciopero, presero a schiamazzare in coro; Merfin era giovane e faceva l'elegante. Era maestro del coro alla Cappella Vesleyana.
"Non vi taglia il colletto, Giovannino?" domand una voce sarcastica dalla folla.
"Inno numero Nove."
Lariol, che stupidetto!
Giovannino  andato a letto
col vestito buono addosso.
Fu la solenne accoglienza della folla.
Il signor Merfin, coi bianchi polsini gi sino alle nocche, prese su il suo mezzo-sovrano, e usc con gran dignit.
"Sam Coutts!" grid il pagatore.
"Ora ragazzo attento al conto!" grid la voce dalla folla, gongolante.
Il signor Coutts era un galantuomo sempre impacciato. Guardava i suoi dodici scellini con estrema timidit.
"Sicuro! Ci vogliono altri due bob cominciarono a schiamazzare all'intorno - Luned notte gli sono nati due gemelli... Forza, Sam!... Deve darti due bob di pi... Son ben guadagnati... Vanno aggiunti, Sam; non ti fare imbrogliare... Dategli i due bob pei gemelli, principale...".
Sam Coutts continuava a brontolar goffamente.
"Avreste dovuto darcene notizia, Sam - diceva il pagatore con gran soavit -. Vuol dire che la prossima settimana ve ne sar tenuto conto".
"No, no, no - grid una voce -. Qui si paga alla consegna. La merce  gi l: e come."
"Fatti dare il tuo denaro, Sam. Va aggiunto" divent il grido generale: e l'agente dell'Unione, ad evitare il tumulto, dovette sborsare un altro fiorino. Sam Coutts brontolava di soddisfazione.
"Buon colpo, Sam!" esclamavano gli uomini.
"Ephraim Wharmby!" grid il pagatore.
S'avanz un giovanotto.
"Dategli sei pence in pi, perch c' uno in viaggio" propose timida una voce.
"No, no - replic Ben Towsend -. Qui, si paga alla consegna".
Ci fu un grande scoppio di risa. I minatori si sentivano davvero in vena.
Prendevano a girellare per la citt, parlando e ridendo. Molti sedettero sulle calcagna, in piazza del mercato. Entravano e uscivano per le mescite, e in ogni bar il mezzo-sovrano si rimpiccioliva.
"Vieni a Nottingham con noi, Ephraim?" domandava Sam Coutts allo snello, pallido giovane sui ventidue.
"Non vado a una distanza simile con una giornata buia come questa."
"Non ci ha la forza" disse qualcuno, facendo ridere tutti.
"E com'?" domand a bella posta un'altra voce.
"Non dimenticate ch' sposo fresco - spieg Chris Smitheringale - e bisogna che si tenga su".
Il giovane fu stuzzicato a questa maniera per qualche tempo.
"Vieni a Nottingham con noi. Pigliati un tantino di licenza" insisteva Coutts.
Una comitiva part, bench fossero soltanto le undici del mattino. Era una passeggiata di nove miglia. La strada era popolata di minatori che viaggiavano a piedi per vedere un match tra Notts ed Aston Villa. Nella comitiva d'Ephraim erano Sam Coutts con le sue brave spalle e il fiorino in pi, Chris Smitheringale, grasso e sorridente, e Wharmby, un uomo che dava nell'occhio, alto, eretto come un soldato, dai neri capelli e dall'aria austera. Si stava vantando di poter suonare qualsiasi strumento.
"Da un pettine in su, io so cavare musica da qualunque cosa che possa dare un suono. Anche se vedo per la prima volta uno strumento, vi garantisco che in cinque minuti lo suono".
Fecero cos, senza accorgersene, le prime due miglia. Era vero. Aveva fatto una sensazione con l'introdurre il mandolino nella cittadina, riempiendo d'orgoglio i cuori dei minatori quando sedeva sulla piattaforma in abito da sera, bell'uomo dall'aspetto soldatesco, inchinando la bruna testa e grattando il delicato mandolino con una mano che avrebbe potuto stritolarlo in un attimo.
Chris pag da bere al "Toro bianco" in Gilt Brook. John Wharmby fece altrettanto in capo a Kimberley.
"Non berremo pi - dissero - prima di arrivare a Cinder Hill. Non ci fermeremo a Nuttall".
Continuarono per la strada maestra, sotto gli alberi germoglianti. Nel camposanto di Nuttall i crochi lampeggiavano di giallo all'orlo dei cadenzati, neri tassi. Crochi bianchi e purpurei guizzavano su per le tombe, come se il camposanto ardesse in sottili lingue di fiamme.
"Guarda - disse Ephraim ch'era un mozzo di stalla alla miniera - guarda il colonnello che arriva. Guarda i suoi cavalli come te li fa scalpitare. Che bellezza".
Il colonnello pass guidando accanto agli uomini, che non si curarono di lui.
"Hai sentito, Sorry - disse Sam - che in Germania hanno cominciato un movimento a migliaia".
"In Francia lo stesso" grid Cris.
Tutti gli uomini gongolarono.
"Sorry - grid John Wharmby molto eccitato -. Non dobbiamo cedere a meno d'un aumento del venti per cento."
"E l'avremo" disse Chris.
" semplice. Non possono fare niente senza di noi, e noi possiamo tirare avanti per un pezzo".
"Io sono pronto" proclam Sam. Ci fu una risata. I minatori si guardarono l'un l'altro. Un brivido li attravers come una corrente elettrica.
"Noi non cederemo; e vedremo chi avr la pelle pi dura".
"Noi - grid Sam -. Che cosa possono fare contro di noi, se ci rivoltiamo in tutto il mondo?"
"Niente - disse John Wharmby -. I padroni cominciano gi a vagare in giro come sugheri sull'acqua". C'era un serbatoio naturale, grande come un lago, accanto a Bestwood, e questo aveva suggerito la similitudine.
Pass di nuovo pei minatori quel brivido d'entusiasmo, che accelerava loro il polso. Essi giubilavano. Pi forte che ogni ragionamento era questo senso di battaglia e di trionfo nel cuore dei lavoratori in quel momento.
A un certo punto, venne d'improvviso a qualcuno l'idea ch'essi dovessero pigliar pei campi sino a Bulwell ed arrivar per quella via a Nottingham. Presero dunque in fila indiana per il maggese all'orlo del bosco e al di l della ferrovia dove non andava pi alcun treno. Due campi pi oltre era un branco di cavallini da miniera. Di tutti i colori ma principalmente rossi e castagni, s'addensavano nel prato, movendosi appena: e i due sentieri di terra battuta mostravano dov'era l'erba pel pascolo lungo il campo.
"Sono i cavalli della miniera - disse Sam - Andiamo a vederli".
" come un circo rovesciatosi fuori. Guardateli l quei sette stortignaccoli" disse Ephraim.
I cavallini erano inerti, disavvezzi alla libert. Ogni tanto qualcuno faceva una passeggiatina: ma erano per lo pi immobili, in due dense file di rosso, marrone e pezzato bianco attraverso il calpestato campo. La giornata era bella, mite, d'un blu chiaro, una "giornata in sviluppo" come dicevano gli uomini quando c'era dovunque il silenzio della linfa ascendente.
"Facciamo una cavalcata" propose Ephraim.
I pi giovani raggiunsero i cavalli.
"Su, bello; Taffi!... Su, bello, Ginger!"
I cavalli s'agitarono: ma, avendo perduto l'eccitamento della vita all'aria aperta, si sentivan confusi e piuttosto spauriti. Mancavan loro il caldo e la vita sotterranea del pozzo. Guardavano come se quella vita fosse ormai loro qualcosa d'ignoto.
Ephraim e Sam salirono su d'una coppia di cavallini e a cavalcioni fecero una giratina, seguiti dal disorientato gregge dall'uno all'altro estremo del prato. I cavalli erano di buona razza in genere, ed in buone condizioni: ma si sentivano fuori del loro elemento.
Volendo far troppo il bravo, Ephraim ruzzol al suolo. Inseguendo la bestia, le rimont in groppa. Di nuovo fu buttato gi. Gli uomini ripresero allora la loro strada.
Passavano accanto al miserabile Bulwell: ed Ephraim, ricordando ch'era il suo turno di pagar da bere, cerc nelle tasche l'amato mezzo-sovrano, la sua paga di sciopero. Non c'era pi. Frug tutte le tasche, col cuore affranto.
"Sam - disse - credo d'avere perduto il mezzo-sovrano".
"L'avrai addosso in qualche parte" disse Chris.
Gli fecero togliere la giubba e il panciotto. Chris esamin la prima, Sam il secondo, mentre Ephraim si frugava i calzoni.
"Io ho guardato bene nella giubba - concluse Chris -. Non c'".
"Ed io ti potrei giurare sulla mia vita - rifer Sam - che in questo panciotto non c' altro pezzo di metallo che i bottoni".
"E non c' niente nei calzoni" disse Ephraim. Si tolse le scarpe e i calzetti. Il mezzo-sovrano non era neppur l. E non c'era pi alcun angolo da frugare.
"Ebbene - propose Chris - non c' che tornare indietro e cercare nel prato".
Tornarono indietro, i quattro volonterosi minatori, e cercarono nel prato ma invano.
"Ebbene - concluse Chris - vuol dire che noi divideremo con te: non c' altro da fare".
"Io sono pronto" disse John Wharmby.
"E anch'io" disse Sam.
"Due mezzi fiorini ciascuno" disse Chris.
Ephraim, al colmo della disperazione, accett vergognoso i loro sei scellini.
A Bulwell entrarono in una piccola mescita che aveva una lunga stanza con pavimento in terracotta, banchi scalcinati e tavole idem. Lo spazio centrale era aperto. Il luogo era pieno di minatori che stavano bevendo. Si faceva un gran bere durante lo sciopero ma non eran molte le sbornie. Due uomini stavano giuocando a birilli e gli altri scommettendo. Questi sedevano dall'uno e dall'altro lato del giuoco, con berrette piene di monete, pezzi da sei pence e soldi, poste dei puntatori.
Sam, Chris e John Wharmby puntarono immediatamente sul loro favorito. Alla fine Sam si dichiar pronto a giuocare contro il vincitore. Era lui il campione di Bestwood. Chris e John Wharmby lo spalleggiarono fortemente, ed anche il disgraziato Ephraim arrischi sei pence.
Alla fine Sam aveva vinto mezza corona, con cui offr subito bibite e pane e formaggio ai compagni.
Alle una e mezza si rimisero in via.
Il match fra Notts e Villa fu buono: nessun goal a mezzo tempo, due a zero per Notts alla fine. I minatori furono altamente soddisfatti, massime quando Flint, punt per Notts, un uomo di Underwood ben noto ai nostri quattro camerati, fece un buon giuoco, assicurando i due goals.
Ephraim decise di tornare a casa appena finito il match. Sapeva che John Wharmby avrebbe suonato il piano alla "Tazza di ponce", e Sam, che aveva una buona voce di tenore, avrebbe cantato, e Chris sarebbe intervenuto con le sue battute spiritose, sino alla sera. Cos egli disse che dava loro l'addio e doveva tornare a casa. Essi, che lo trovavano un tantino depressivo pel loro spirito, lo lasciarono andare.
Egli era il pi triste per avere assistito ad una disgrazia nelle vicinanze del campo di football. Uno della marina, che lavorava a qualche prosciugamento, stava portando sul carro un tubo di fango per vuotarlo, quando col cavallo era andato su d'un deposito di fango, dissimulato dalla crosta formatasi sopra. La crosta s'era rotta, l'uomo era precipitato gi sotto il cavallo, e c'era voluto un certo tempo prima che la gente s'accorgesse della sua scomparsa. Quando s'erano accorti finalmente dei suoi piedi sporgenti fuori e l'avevano tirato su, era gi morto soffocato nel fango. Il cavallo fu tratto fuori dopo avergli quasi torto il collo.
Ephraim torn a casa vagamente impressionato da un senso di morte, di fatalit e lotta. La morte era un destino pi alto del suo, lo sciopero era una battaglia pi grande di quella che egli avrebbe dovuto ora affrontare.
Arriv a casa alle sette di sera, proprio quando s'era fatto buio. Viveva in Queenstreet con la giovane moglie, che aveva sposata appena da due mesi, e la suocera, una vedova sessantaquattrenne. Maud era l'ultima figlia rimasta da maritare, l'ultima di undici.
Ephraim varc la soglia. La luce era accesa nella cucina. La suocera era una grossa donna, impettita, dalla faccia rugosa e disfatta e freddi occhi celesti. Anche la moglie era grossa, dai forti capelli biondi, ispidi come una corda sfilacciata. Aveva un modo quieto di camminare, una certa gattesca agilit a dispetto della robusta mole. Era pregna sul quinto mese.
"Si pu sapere dove siete stato?" domand la signora Marriot, molto eretta, molto pericolosa. Era formale cos soltanto quand'era molto in collera.
"A vedere il match".
"Oh, davvero! - replic la suocera - e perch non avvertirci che volevate allontanarvi?"
"Non lo sapevo neppure io" rispose.
"Immagino che vi sia balzata l'idea e ve ne siate senz'altro andato" disse la suocera pericolosamente.
"No:  stato Chris Smitheringale a persuadermi".
"E non ha faticato molto a persuadervi."
"Non ci volevo andare".
"E non c'era tanto d'uomo sotto la vostra giacchetta per dir di no?"
Lui non rispose. Odiava in fondo quella donna, ma era, per usar le proprie parole, tutto rimescolato per aver perduto la sua paga di sciopero e dal sapere che l'uomo era morto. Cos era pi che mai disarmato innanzi alla suocera che egli temeva. La moglie non lo guardava n gli parlava: teneva la testa. Egli sapeva ch'era d'accordo con la madre.
"La nostra Maud aveva bisogno d'un po' di denaro per comprare qualcosa" disse la suocera.
In silenzio egli mise sulla tavola le monete da cinque e sei pence.
"Pigliate, Maud" disse la madre.
Maud esegu.
"Voi ne avrete bisogno per la spesa, non  vero?" domand furtivamente alla madre.
"Vorrei sapere, prima di tutto, se dovete comprare qualcosa voi".
"No, non ho bisogno di niente" rispose la figlia.
La signora Marriott prese il denaro e lo cont.
"E supponete voi - disse la suocera torreggiando sull'uomo che rabbrividiva, ma parlando lenta e incisiva - supponete che io possa mantenere voi e vostra moglie con cinque e sei pence alla settimana?"
" tutto quello che ho avuto" rispose lui cupamente.
"Ma avete avuto una bella vacanza, signori miei, che valeva pure le sue cinque e sei pence. Vi siete messi ben presto in via, non  vero?"
Lui non rispose.
"Belle cose! Ecco qui la vostra Maud ed io, che vi stiamo aspettando dalle undici del mattino. Aspetta al pranzo e nessuno viene, aspetta al tea e nessuno compare. Ed ecco che finalmente arrivano queste strascinate cinque e sei pence. Cinque e sei pence per la pensione di marito e moglie, tutta una settimana. Non so se mi spiego".
Lui non rispose niente neppure questa volta.
"Ma ci dovete pensare sul serio, Ephraim Wharmby - concluse la suocera -. Ci dovete proprio pensare. Qui non si va avanti. Mantenere voi e vostra moglie mentre voi vi regalate vacanze, gite a Nottingham e bevute e donne".
"N bevute n donne, come sapete benissimo" rispose lui.
"Sono contenta di sapere finalmente qualche cosa intorno a voi. Pare, di solito, che noi siamo estranee per voi. A voi piace correre la cavallina, eh? Lo sciopero  la vostra grande cuccagna, non  vero? Gi, si fa sciopero proprio per questo: per far baldoria, gite e scorribande e bevute, dalla mattina alla sera, signori".
"C' una goccia di tea per me?" domand lui di cattivo umore.
"Sentitelo, sentitelo! Dovrei chiedervi io in casa di chi v'immaginate di essere. Su, compiacetevi di darmi ordini, signore. Oh,  lo sciopero che gli fa prendere queste arie. Torna a casa dopo essere stato ore girandolando fuori, e d i suoi ordini, signori miei. Oh, lo sciopero rialza gli uomini. Non resta pi loro che andar gozzovigliando per Nottingham. Le loro mogli penseranno a mantenerli. Finch trovano da mangiare a casa, di che dovrebbero preoccuparsi? Niente. Le mogli e i figli possono pur crepare di fame, purch essi abbiano la pancia piena. Che importa tutto il resto? Al diavolo il lavoro, al diavolo la casa, al diavolo i figlioli. Solo l'uomo deve aver diritto ad ogni cosa. Ma non qui, vivaddio."
"Volete darmi, s o no, un goccio del vostro dannato tea?"
La suocera balz.
"Provati a sacramentare e l'avrai da fare con me".
"Volete darmi, s o no, un po' del vostro maledetto, stramaledetto, puzzolente, schifoso tea?" chiese lui furioso, marcando a bella posta ogni parola.
"Maud - rispose la suocera fredda e solenne - se dopo un discorso simile gli date una goccia di tea, siete una svergognata". E, detto questo, usc maestosa verso l'alloggio dell'altra figliuola.
Maud preparava tranquilla il tea.
"Volete che vi riscaldi il vostro pranzo?"
"S".
Lei cominci a servirlo. Non che fosse in realt una timida, ma lui era il suo marito: non quello della madre.
...
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...
Fine.
...
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...
LA STREGA ALLA MODA.
...
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...
Quando Bernard Coutts scese ad East Croydon, cap che stava tentando la Provvidenza.
"Posso benissimo - disse a se stesso - passar la notte qui, dove conosco il posto, piuttosto che andare a Londra. Non posso andare stanotte ad un luogo cos fuori del mondo come quello di Connie, e sono stanco morto. Perch non fare dunque il pi facile?"
Dette il bagaglio ad un facchino.
Poi, al vedere il tranvai che s'avvicinava: "Non vedo perch non dovrei andare da Purley. Sar l proprio in tempo per il tea".
Ognuna di queste concessioni ai propri desideri egli faceva contro coscienza, ma sotto il suo senso di vergogna esultava il suo spirito.
Era una sera di Marzo. Nell'oscura vacuit sotto Crown Hill s'accumulavano gli edifizi, levando la nera mole del campanile nell'effimero e fumoso tramonto.
"Lo conosco cos bene - pens -, e lo amo" confess a se stesso segretamente.
Il tranvai gli era familiare. Il giovane ascoltava lo zirlo ed ascoltava lo scoppiettare delle scintille blu al passaggio dell'asta metallica. Il subitaneo fervore di quel lampeggiamento, uscente dal filo, gli piaceva.
"Da che  causato?" si domandava, quando un nuovo lampo biancheggi. Sorrise brevemente, sollevato.
Il giorno stava morendo. Ad una ad una le lampade ad arco spalpettavano o lampeggiavano: e l'orlo cupreo dell'arco scintillava ormai contro il cielo che stava incupendo il suo bruno. Il tranvai balzava nel correre e pareva esultare. Quando non ci furono pi case ai lati, il giovane, guardando ad occidente, vide avanzarsi la stella della sera, una cosa rilucente che s'approssimava da tanta profondit, quasi bagnandosi nel frangersi delle onde sulla riva del giorno, e tornando ora alla spiaggia per la notte. Salut la nuda stella con un inchino del capo, mentre il cuore esultava col balzar del tranvai.
"Par che la stella mi saluti attraverso il cielo" disse, dilettandosi della propria vanit.
Al disopra dell'evanescente crepuscolo pendeva la lama della luna nuova, aguzza e netta. Qualcosa si contrasse in lui.
" come un coltello pronto per un sacrificio - disse a se stesso. E aggiunse segretamente: "Vorrei sapere per chi".
Evit di rispondere alla domanda, ma balen al suo sentimento Costanza, la fidanzata, che lo aspettava al Vicariato, nel Nord. Chiuse gli occhi.
Correndo a tutta velocit il tranvai fu ben presto dall'ombra alla fumosa luce giallastra della meta, l una bottega dopo l'altra ed una lampada dopo l'altra accumulando un dorato fuoco sul pavimento bluastro della notte. Il tranvai, come un alacre cane, si ritrovava in casa sua, annusando con piacere il fumo delle lampade.
Coutts s'avvi su per la salita. Aveva dimenticato d'essere stanco. Di lontano poteva gi distinguere la casa, con la sua vasta bianca fiorita di alyssa, pendente lungo le mura del giardino. Sal il ripido sentiero verso la porta, sentendo l'odore dei giacinti nell'ombra ed osservando la pallida evanescenza degli asfodeli e la pi viva apparenza dei bianchi crochi sulle erbose aiuole.
Venne ad aprire la stessa signora Braithwaite.
"Eccovi! - esclam -. Vi aspettavo. Ho avuto la vostra cartolina in cui mi dicevate che oggi sareste passato per Dieppe. Non mi direte, non  vero, che avete esitato a venir qui sino all'ultimo minuto? No: ero proprio sicura di vedervi. Sapete dove metter gi le vostre cose. Niente abbiamo cambiato qui da un anno".
La signora Braithwaite continuava a chiacchierare, sempre ridendo. Era una giovane vedova il cui marito era morto da due anni. Di mezza statura, sanguigna di colorito e di carattere, aveva qualcosa d'oleoso che le lustrava la pelle e i suoi neri capelli e suggeriva l'idea d'un gheriglio di noce. Era vestita da sera, in un lungo abito di morbido satin color talpa.
"Certo m'avete fatto un gran piacere venendo qui" disse alla fine, cadendo in una cortesia convenzionale. Poi vedendo i suoi occhi, cominci a ridere del suo stesso tentativo di far complimenti.
Introdusse Coutts in una piccola, caldissima stanza che aveva un cupo, esotico splendore dal nero delle tende e dei paramenti, coperto tutto da scintillanti ricami indiani, e dalla singolarit di qualche oggetto indiano. Un roseo, vecchio gentiluomo, dagli squisiti capelli e favoriti bianchi, s'alz barcollando e porse la mano. La cordiale espressione di benvenuto era fatta strana da un imbarazzato, interrogativo sguardo di vecchio e da una certa durezza di modi, non troppo discorsiva. Strinse cordialmente la mano del nuovo venuto, con maniere che contrastavano pateticamente con l'inchinata e tremula figura.
"Oh, eccolo, il nostro signor Coutts... Bene, bene! E, dite un po'... Come va, eh? Sedetevi, sedetevi! - Il vecchio si alzava di nuovo, accompagnando con ondeggiamenti il giovane verso una poltrona -. Bene, bene, va proprio bene... Che cosa? Siete qui per prendere una tazza di tea con noi. Avanti, avanti! Ecco il vassoio. Laura, suonate il campanello perch portino un nuovo tea per il signor Coutts. Ma voglio servirlo proprio io". Aveva ritrovato d'improvviso la sua vecchia cortesia, e dimenticato la tremula et. Brancolando s'avvi per andare a suonare il campanello.
" gi fatto, Pater. Il tea sar qui in un minuto" disse la figliuola, pronunciando forte e marcato. Il signor Cleveland si sedette riconfortato sulla sua poltrona.
"Sapete? Comincio ad avere i miei reumatismi" confess in tono confidenziale. La signora Braithwaite dette un'occhiata al giovinotto e sorrise. Il vecchio gentiluomo balbettava e cianciava. Non conosceva il giovanotto se non per vederlo l: Coutts avrebbe potuto essere qualunque altro, poich bastava essere suoi ospiti per essere tutti sullo stesso piano.
"Non ci avevate detto che sareste partito. Perch mai? - domandava Laura marcando gli accenti, tra ridente e dispiacente. Coutts la guardava ironico, tanto che lei prese a giocherellare con qualche mollica sulla tovaglia.
"Non lo so - rispondeva lui -. Sappiamo mai perch facciamo le cose?"
"Di certo, io non lo so. Perch le facciamo? Perch abbiamo bisogno di farle, suppongo". E fin di nuovo con un piccolo scoppio di risa. Le cose erano cos divertenti, e lei aveva tanta salute.
"Perch facciamo noi le cose, Pater?" domand d'improvviso ad alta voce, dando un'occhiata a Coutts con un piccolo gorgogliante riso.
"Eh?... Perch facciamo le cose? Quali cose?" chiese il vecchio uomo mettendosi a ridere con la figliuola.
"Mah... Ognuna delle cose che facciamo".
"Ah, capisco -. Il vecchio uomo era illuminato e deliziato -. "Ebbene, ecco una domanda difficile. Ricordo, quand'ero giovinetto, che si discuteva molto sul libero arbitrio. Mi ci sono molto riscaldato anch'io...".
Rise: e Laura rise e disse ad alta voce: "Oh, il libero arbitrio! Crederemo che siete davvero un uomo del passato, Pater, se andate a rinvangare cose cos vecchie".
Il signor Cleveland parve confuso per un momento. Poi, quasi rispondendo ad un indovinello, ripet: "Perch facciamo le cose? Vediamo. Perch facciamo le cose? Suppongo - concluse in piena buona fede - perch non possiamo farne a meno. Eh? Che cosa?"
Laura rise: Coutts mostr i denti con un sorriso.
"Penso anch'io cos, Pater" disse lei ad alta voce.
"E siete, sempre fidanzato alla nostra Costanza?" domand poi a Coutts, con una punta di canzonatura questa volta. Coutts annu.
"E come sta lei?" domand la vedova.
"Benissimo, credo: a meno che il mio ritardare non l'abbia contrariata" rispose Coutts con la lingua tra i denti. Gli dispiaceva di trattar male la fidanzata: eppure l'aveva fatto volentieri.
"Sapete: lei mi fa sempre tornare a mente Bunbury. La chiamo la vostra signorina Bunbury" disse Laura ridendo.
Coutts non rispose.
"Abbiamo tanto sentito la vostra mancanza al vostro primo allontanarvi" cominci a dire Laura, ristabilendo le sue propriet.
"Grazie" disse lui. Lei cominci a ridere malignamente.
"Nei venerd a sera - ella disse, aggiungendo pronta -. E questa  anch'essa una sera di venerd, e verr anche Winifred, come faceva... Quant'? Sicuro! Sicuro! Dieci mesi or sono...".
"Dieci mesi" conferm Coutts.
"Avete litigato con Winifred?" domand lei d'improvviso.
"Winifred non litiga mai" rispose lui.
"Non credo infatti. Ma allora perch voi ve ne siete andato? Voi siete un grande indovinello per me: lo sapete? Ed io non avr mai pace fino a che non m'avete spiegato".
"Al contrario" rispose lui tranquillo, guardandola con un sorriso.
Lei rise, mettendosi in una posa seria e dignitosa.
"No, io non riesco a capire voi n Winifred. Siete proprio una coppia originale. Ma voi siete addirittura il prodigio. Quando vi deciderete a sposarvi?"
"Non so. Quando mi sentir abbastanza bene".
"Ho chiesto a Winifred di venire stasera" confess Laura. Gli occhi dell'uomo e quelli della donna s'incontrarono. "Perch  cos ironica con me? - si domandava Coutts -. Le piaccio davvero?" Ma Laura pareva troppo bonacciona e gaia per essere oppressa da amore.
"E Winifred non vorr mai dirmi una parola" lei continu.
"Ma non c' niente da dire" replic lui. Laura lo guard fissamente per qualche istante: poi lasci la stanza.
Arriv allora una signorina tedesca con cui il giovane non aveva che una superficiale conoscenza. Verso le sette e mezza arriv Winifred Varley. Coutts sent il vecchio gentiluomo cortese darle il benvenuto in sala, e sent rispondergli la voce bassa di lei. Quando entr e vide il giovane, esso cap ch'era stata un'emozione per lei, per quanto ella avesse fatto del suo meglio per nasconderlo. Anche lui soffriva. Dopo avere esitato per un secondo sulla soglia, lei avanz e scambi una stretta di mano con lui, senza parlare ma guardandolo con gli azzurri occhi piuttosto spaventati. Lei era di media altezza, ma vigorosa di linee. Faccia bianca e un po' dura, senza la menoma traccia d'un sorriso. Era una bionda di ventott'anni, in un abito bianco un po' corto, che toccava appena il suolo. La gola solida e forte: le braccia pesanti e bianche e belle, gli occhi grevi d'inconfessata passione. Quando ebbe volte le spalle a Coutts, arross vivamente. Egli pot vederne il roseo nelle braccia e nella gola: ed arross a sua volta.
"Un arrossire che le dispiacerebbe" egli disse a se stesso ritraendosi.
"Non m'aspettavo di vedervi" disse lei con una voce in cui si sentiva un po' la canna, come se la gola fosse mezzo chiusa. Faceva vibrare i nervi di lui.
"E neppur io voi. Almeno..." fin indefinitivamente.
"Venite dallo Yorkshire, non  vero?" ella chiese, apparentemente fredda e dominandosi. Lo Yorkshire significava il Rettorato in cui viveva la fidanzata. Lui sent la punta dell'ironia.
"No - rispose -. Ero di passaggio".
Ci fu un minuto di pausa. Incapace di risolvere la situazione, lei si volse d'improvviso alla padrona di casa.
"Vogliamo suonare dunque?"
Passarono nel salotto: uno stanzone tappezzato in un giallo cupo. Il marmo del caminetto attrasse l'attenzione di Coutts. Egli lo conosceva benissimo, ma in quella sera gli appariva un nuovo lucido incanto. Sopra il tenero marmo sorgeva un immenso specchio traslucido e profondissimo, come d'alte acque diafane. Innanzi a quello specchio, nel bianco splendore della luna su cieli d'un soffice grigio, erano due statue d'alabastro, di due piedi d'altezza. Erano due figure nude, risplendenti sotto le lampade laterali, ed elevantisi ben nette sui piedistalli. La Venere era lievemente piegata in avanti, quasi ad attender qualcuno. L'atteggiamento perplesso colp il giovane. Egli poteva vedere la netta soavit delle spalle e del petto riflettersi bianca sul profondo specchio. La Venere splendeva nascondendo, nell'inclinarsi in avanti, il riflesso delle lampade sulle lucide reni.
Laura suon Brahms, la delicata, sensitiva signorina tedesca Chopin, Winifred sul suo violino una suonata di Grieg, accompagnata da Laura. Incapace di criticare, egli ascoltava sino al rapimento. Nel suonare, Winifred ondeggiava lievemente. Egli osservava l'animoso sporgersi in avanti del collo, il possente e nervoso gioco del braccio. Vedeva il suo profilo. Lei non portava busto, e lui la trovava d'una risoluta, indipendente figura. Dette di nuovo uno sguardo alla Venere inclinata e perplessa. Winifred era bionda d'una solida bianchezza: una donna che stava a s.
In tutta la sera si parl poco, tranne che da parte di Laura. La signorina Syfurt non faceva che dire: "Oh, bello, bello! Ma sapete che siete una grande suonatrice, signorina Varley? Se io suonassi il violino a quel modo! Ah, il violino!"
Non era pi tardi delle dieci quando Winifred e la signorina Syfurt s'alzarono per andarsene: la prima a Croydon, la seconda ad Ewell.
"Possiamo andare col tranvai insieme sino a West Croydon" gli propose la tedesca, allegrissima a quell'idea come una bimba. Era una fragile, eccitabile donnetta sui quaranta, ingenua e innocente. Guardava Coutts con occhi splendenti d'ammirazione.
"S; non chiedo di meglio" rispose lui.
Lui prese su il violino di Winifred, e scesero insieme verso la stazione del tranvai. C'era l una vettura sul punto di partire. S'affrettarono. La signorina Syfurt sal il gradino. Coutts aspettava Winifred. Il conduttore chiam: "Presto, per favore, se vogliono partire."
"No - disse Winifred - io preferisco di far questo tratto a piedi".
"Possiamo andare a piedi da West Croydon" propose Coutts.
Il conduttore suon il campanello.
"Salite o no? - domand la fragile, eccitabile signorina dal montatoio. Non venite pi? Oh!"
"Io vado a piedi ogni giorno da West Croydon. Preferisco andare a piedi qui, nel silenzio" rispose Winifred.
"Oh, non venite con me?" grid la signorina spaventata. E si prov a scendere, supplicante. Il conduttore impazientito suon il campanello. Il carro balz in avanti: la signorina Syfurd vacill e fu presa dal conduttore.
"Oh!" gridava, tendendo la mano fuori, verso i due rimasti sulla strada: e quasi scoppiando in lacrime per la disillusione. Quando il tranvai fu in corsa, la poveretta mise entrambe le mani sul cappello. In un momento fu fuor di vista.
Coutts rimase ferito sul vivo dalla pena data alla fragile, infantile signorina.
"Possiamo anche - propose Winifred - attraversare il colle dalla parte del Cigno". La sua voce aveva quell'intensa cannosa qualit che esasperava sempre i nervi di lui. Era la nota della di lei angoscia, e, pi sovente, del di lei torturante senso di disaccordo. I due si volsero indietro per salire di nuovo il colle. Lui portava il violino. Per lungo tempo nessuno dei due parl.
"Ah, come la odio, come la odio!" egli si diceva in cuore. Pi volte si contrasse al ricordo di quel piccolo grido supplicante di Miss Syfurt. Egli si sentiva fuori di s ed odiava Winifred per averlo messo in quello stato, dimenticando ch'era stato lui a venire come una farfallina alla candela. Per mezzo miglio continu ad andare con la testa rigida, la faccia dura, il cuore angosciato da penosa emozione. E mentre lei camminava a stento accanto a lui, con la testa bassa, il sangue di lui batteva d'odio per lei, da lei attratto, a lei ostile.
Dall'ultimo, sulla spogliata altura, camminarono sur uno di quegli insignificanti pavimenti che vanno attraverso l'erba, in attesa delle case che vengano ad allinearli. I due erano ormai nel pieno della notte, al di sopra dello scarso fiorire di lampade nella vallata. Di fronte era in confuso la luce di Londra, sorgente a mezza via verso lo zenit, soltanto pi debole che quella delle stelle. Attraverso la vallata, sul nero dell'opposto colle, piccoli gruppi di luci come zanzare parevano dispersi per la tenebra. Orione era piantato sull'occidente. Al di sotto, in un'insenatura della notte, la lunga, bassa ghirlanda delle lampade ad arco si svolgeva per la via Brighton, i tranvai dalla luce dorata filavano lungo i binari, superandosi l'un l'altro con un debole iroso suono.
"Luned passato ha fatto un anno da quando siamo saliti qui l'ultima volta" disse Winifred, quando si fermarono per guardarsi intorno.
"Ricordo... ma non sapevo - egli rispose. Una certa, arditezza era nella sua voce -. Io non ricordo le nostre date".
Dopo un'attesa, disse lei in bassissimi, appassionati toni: " una bella notte".
"La luna  tramontata; ed anche la stella della sera - egli rispose -. C'erano tutt'e due quando sono disceso".
Lei gli dette una rapida occhiata per vedere se in quel discorso non fosse una punta di simbolismo. Lui stava guardando attraverso la vallata con una faccia immobile.
Assai per poco, per un dito o due, ella s'appress a lui.
"S - disse mezzo ostinata, mezzo scherzosa - ma la notte  bella lo stesso".
" vero" assent lui, involontariamente.
Cos, dopo mesi di separazione, essi erano allo stesso bifido stato d'amore ed odio.
"Vi fermerete qui? domand lei alla fine, con voce sforzata. Lei non entrava mai per un capello neppure alla superficie delle private faccende altrui: tanto che per lei il chiedere una cosa simile equivaleva ad un'impertinenza. Egli la sent rabbrividire.
"Sino a domattina - rispose crudelmente -. Poi nello Yorkshire".
Egli odiava la sua assoluta mancanza d'espansivit.
In quel momento nella valle un treno attravers la tenebra, col suo filo d'oro. La vallata riecheggi con vaga minaccia. I due guardarono l'espresso come un serpente aureo e nero curvarsi e scavare nella tenebra verso il mare. Egli si volse e vide il suo pieno e bel volto teso in su verso di lui. Appariva pallida, distinta e ferma, vicinissimo a lui. Egli chiuse gli occhi e rabbrivid.
"Io odio i treni" disse impulsivamente.
"E perch?" chiese lei con un curioso tenero sorrisetto che carezzava, si sarebbe detto, la di lui emozione verso di lei.
"Non lo so: menano uno qua e uno l...".
"Credevo - osserv lei con una piccola ironia - che il cambiamento vi piacesse".
"Io amo la vita. Ma ora preferirei inchiodarmi a qualche cosa, fosse pure una croce".
Lei rise un po' stridula e disse con acuto sarcasmo: " dunque cos difficile il lasciare inchiodarvi ad una croce? Credeva che la difficolt fosse nel liberarsene."
Egli ignor questo sarcasmo sul suo fidanzamento.
"Non c' pi nulla ormai che conti - disse, aggiungendo subito per prevenirla -. Certo io sono troppo contrariato quando il pranzo ritarda... e via di seguito. Ma, a parte da cose simili, c' oggi cos poco che paia avere ancora un'importanza..."
Lei rimase silenziosa.
"Si tira avanti: il tran-tran d'un ufficio, per cos dire. E la vita pare in regola: ma non c' niente che paia avere importanza".
"Questo pare un lagnarsi di fastidi per non averne avuto alcuno" obiett lei sorridendo.
"Fastidio? - ripet lui -. Oh, no. Io non suppongo affatto d'aver avuto quelle contrariet che qualcuno chiama fastidi. Ma c' pure qualcosa che mi fa male nell'anima... No, niente. Magari lo avessi!"
Lei rise di nuovo stridula: ma lui sent nel suo riso una punta di disperazione.
"Trovo un sasso portafortuna. Penso: adesso me lo gitto al di sopra della spalla sinistra, facendo un desiderio. Cos, sputo sul mignolo e getto il bianco sasso al disopra della mia spalla. "Ma fa dunque un desiderio". E non so dare a me stesso altra risposta: "Io non ho nessun desiderio". Ripeto di nuovo: "Ma trova un desiderio, imbecille". Ma resto cos vuoto di desideri come una piccola lucertola. E allora, poich la cosa piuttosto mi spaventa, dico in fretta: "Un milione in denaro... Avete voi qualcosa da desiderare, per quando vedrete la nuova luna?".
Lei rise pronta.
"Credo di s - disse - ma il mio desiderio muta".
"Vorrei che cos facesse il mio" egli replic umoristicamente lugubre.
Lei gli prese la mano in un piccolo impulso d'amore.
Scesero cos tenendosi per mano lungo l'orlo del declivio, mentre gruppi di luce splendevano gi, e, in fronte, il grande riflesso di Londra s'avanzava come una meraviglia.
"Sapete..." egli cominci, poi si ferm.
"Io no..." urgeva lei ironica.
"Volete sapere?..." rise lui.
"S: non s' mai in pace con se stessi fino a che non si capisce".
"Capire che cosa?" domand lui brutalmente. Cap che lei desiderava capire chiaramente la situazione quale si veniva facendo tra lei e lui.
"Come risolvere allora il contrasto?" ella disse, tentando l'uscita. Lui avrebbe preferito ch'ella dicesse: "che cosa cercate da me?"
"Il vostro nebbioso simbolismo, come sempre" disse lui.
"La nebbia non  nei simboli - lei replic con la metallica voce di dispiacere -. Pu essere che i simboli sieno candele nella nebbia".
"Preferisco la mia nebbia senza candele. Io sono la nebbia, eh? Allora spegner le vostre candele: e voi mi vedrete meglio. Le vostre candele di parole, simboli e cos via, non fanno che mettervi fuor di strada. Mi metter a vagare cieco o ad andare per istinto come una tignola che vola e si sistema nella casetta che il compagno le ha scavata nel legno rinchiudendovisi".
"Ma non  per caso un fuoco fatuo quello che voi inseguite volando?" ella chiese.
"Pu darsi, perch se respiro all'esterno, nel positivo movimento verso di voi, voi vi allontanate. Se traggo invece un gran fiato che mi riempia l'anima, voi rifluite accanto alle mie labbra".
"Questo  un interessantissimo simbolo" disse lei con acuto sarcasmo.
Lui l'odiava veramente. Lei odiava lui; eppure si tenevano per mano nel camminare.
"Siamo proprio quelli che eravamo un anno fa" lui rise: ma odiandola per il suo stesso riso.
Poi, al "Swan me Sugar-Loaf" salirono sul tranvai. Lei volle andare sino alla cima, a dispetto della rigida notte. Si rannichiarono in un angolo, stretti l'uno all'altro, con le spalle che si carezzavano. E per tutto il tempo che la corsa dur sotto le rotonde lampade n l'uno n l'altro parl.
Alla porta d'una casetta in un'oscura via a tre linee, entrambi aspettarono un momento. Dal suo giardino sporgeva un mandorlo i cui germogli, per tempo quest'anno, svariavano alla luce d'una lampada della strada, con teatrale effetto. Egli strapp un ramoscello.
"Ricordo sempre quest'albero - egli disse - e quanto soffrivo per lui, quando a mezzanotte, cos vivente e in pieno fiore, doveva stare alla luce della lampada. Mi pareva che dovesse sentirne la stanchezza".
"Volete entrare?" domand lei teneramente.
"Ho preso una stanza in citt" egli rispose seguendola.
Lei apr la porta con la sua chiave, guidandolo, come sempre, nel salottino. Ogni cosa era la solita: fredda in colore, calda in accordo: pareti in color d'avorio, un biondo forbito pavimento, soffici tappeti color d'avorio; tre profonde poltrone in ambra pallida, con grandi cuscini; un grande pianoforte nero, un leggo per violino accanto; e la stanza caldissima per un fuoco d'un rosso chiaro, con l'ottone dai caldi riflessi. Secondo la sua abitudine, Coutts accese le candele del piano e abbass gli scuri.
"Noto - disse - una variazione dalla vostra linea".
E addit un vaso pieno di magnifiche rose scarlatte, ch'era sul piano.
"Perch?" disse lei fermandosi nell'aggiustarsi i capelli innanzi al piccolo specchio.
"L, sul piano" egli avvert.
"Ma sono l soltanto perch la tavola  ingombra" spieg lei ridendo e accennando con lo sguardo allo strato di fogli che copriva la tavola.
"E rossi, per giunta..." egli insist.
"Oh, mi parevano una cos bella nota di colore!" replic lei.
"Avrei scommesso che avreste comprato fresie invece."
"E perch?" chiese lei sorridendo. Si sentiva blandita da lui.
"Che so io? Per il loro color crema ed oro e la loro contenuta, illividita porpora ed il loro profumo".
"Non avevo notato - disse lei con un curioso sorriso - che fossero senza odore."
"Che dite?" lei s'avanz chinandosi sui fiori. Tocc nelle anemoni i centri di nero velluto.
"Le avreste comprate se lo aveste notato?" domand lui.
Lei riflett per un momento, curiosamente.
"Non so... Forse no".
"Non avreste mai comprato fiori senza profumo - egli afferm -. Come non amereste mai un uomo per la semplice grazia esteriore".
"Non so" lei sorrise, compiaciuta.
La domestica entr con una lampada che mise su d'un basamento.
"Volete illuminarmi?" chiese lui a Winifred. Era sua abitudine parlargli a luce di candela.
"Ho riflettuto su voi. Ora ho bisogno di vedervi" spieg lei quieta, sorridendo.
"Capisco. Volete confermare le vostre conclusioni?" egli chiese.
Lei lev gli occhi pronta a guardare il suo ospite.
" proprio cos" replic.
"Allora - disse lui - mi laver le mani".
Questo senso di libert, d'intimit, era assai affascinante. Mentre si lavava, il piccolo gesto quotidiano d'intrecciare le mani nella spuma gli fece d'un tratto pensare all'altro suo amore. In casa della fidanzata era sempre d'una formale cortesia: un gentlemen in una parola. Con la fidanzata Connie sentiva l'antica, maschia superiorit. Egli doveva essere il cavaliere forte e tenero: lei era la bella vergine con un raggio di Dio sulla fronte. Egli la baciava, addolciva e sceglieva le parole per parlarle, si asteneva dall'essere la maggior parte di se stesso. Lei era la sua fidanzata, la sua sposa, la sua regina ch'egli amava d'idealizzare e per cui si studiava con gran cura di modificare se stesso. Lei lo avrebbe guidato pi tardi, per quella parte di lui che le apparteneva. Ma egli l'amava anche con un compassionante, tenero amore. Pensava alle sue lacrime sul cuscino, in quel settentrionale presbiterio: e si mordeva il labbro e ratteneva il fiato sotto il peso della situazione. Vagamente sentiva che la fidanzata lo avrebbe stancato: e Winifred invece l'affascinava. Lui e lei giuocavano col fuoco. In casa di lei egli era pronto e acuto: ma lei non era mai n poteva essere, franca. E neanche lui quindi era franco neppure con se stesso. Senza dir niente, senza riflettere a niente, immediatamente, appena i due erano insieme, ricominciavano lo stesso giuoco. Ciascuno rabbrividiva, ciascuno, senza difesa ed esposto, odiava l'altro alternativamente. Eppure si ritrovavano insieme di nuovo. Coutts sentiva una vaga paura di Winifred. Lei era intensa e non naturale: e lui diventava intenso e non naturale accanto a lei.
Quando scese gi, lei stava leggendo sul piano dallo spartito della "Valchiria".
"Prima lavata in Inghilterra" egli annunci guardandosi le mani. Lei rise vivamente. Intollerante lei stessa d'ogni impurit, la sua indifferenza per il temporaneo nettamento la divertiva.
Era un uomo alto, ossuto, dalle mani e dai piedi piccoli. I lineamenti erano rudi e piuttosto brutti, ma il suo sorriso conquideva. Lei era sempre affascinata dai mutamenti in lui. Massime i suoi occhi parevano mutare: duri talvolta, insolenti, blu; talvolta oscuri, pieni di calore e di tenerezza; talvolta avvampati come quelli d'un animale.
Egli si lasci cadere pesantemente in una poltrona.
"La mia poltrona" disse, come a se stesso.
Lei chin il capo. D'un fisico compatto, senza busto, la sua figura si piegava opulenta sul piano. Lui osservava la tenue concavit tra le di lei spalle, meravigliandosi per la sua ricca solidit. Lei lasciava penzolare un braccio, e lui guardava l'ombra nelle pozzette del gomito. Lentamente, sorridendo con uno sguardo di raccolta affezione, d'attenzione per un momento concentrata su lui, chiese: "e voi che avete fatto in questi ultimi tempi?"
"Semplicemente nulla - replic lui tranquillo -. Per quanto pieni di trameno, questi ultimi mesi, non lasceranno alcun segno nella mia vita, io penso. Dileguati, svaporati senza resultato. Li dimenticher".
Gli occhi aguzzi di lei l'osservavano oscuri e gravi. Non dette alcuna risposta. Egli le sorrideva vagamente.
"E voi?" le chiese alfine.
"Per me  un'altra cosa" lei rispose quietamente.
"Voi sedete sul vostro cristallo...".
"E voi vibrate..." e lasci sospesa la fine.
Lui rise, sospir: e rimasero silenziosi per un momento.
"Ho avuto un tal cumulo di visioni! Tralucevano attraverso tutti i miei sogni" disse lui.
"Chi avete letto?" chiese lei sorridendo.
"Meredith. Molto salubre" rispose lui con un sorriso.
Lei sorrise vivamente per averlo sorpreso.
"Ora avete scoperto tutto quello di cui avevate bisogno?" chiese lui.
"Oh, no" grid lei a piena gola.
"Allora, finite in ogni modo. Non ho malattia alcuna. E voi come state?"
"Ma... ma... - balbett lei esitando -. Che cosa intendete fare?"
Egli indur la bocca e gli occhi, per replicare con immediata combattivit: "Tirare avanti".
Questo era il loro campo di battaglia: lei non poteva capire come lui potesse ammogliarsi. Le pareva quasi mostruoso: e si batteva contro il suo matrimonio. Lo guard come una strega, di sotto le chinate ciglia. I suoi occhi erano d'un blu oscuro e pesante. Egli rabbrividiva, tremava dalla pena. Lei era cos crudele con quell'altra, comune, quotidiana parte di lui.
"Mi meraviglio che osiate tirare avanti cos" disse lei.
"Perch osiate? - egli replic -. Che c' di strano?"
"Non so" lei rispose con profondo, amaro dispiacere.
"Ed io non me ne d pensiero" disse lui.
"Ma - continu lei piano, premendo pi forte la punta - sapete quello che intendete di fare?"
"Sposarmi, accasarmi, essere un buon marito, un buon padre, socio d'azienda: ingrassare, essere un amabile gentiluomo, come si doveva dimostrare".
"Benissimo!" disse lei, profonda e finale.
"Grazie!"
"Non mi congratulavo con voi" disse lei.
"Ah!". La sua voce fin in tristezza e diffidenza di s. Intanto lei l'osservava profondamente. A lui non importava d'essere scrutato: lo lusingava.
"S, e, o pu essere, benissimo - cominci lei - ma perch tutto questo, perch?"
"E perch no? E perch? Perch ho bisogno di farlo."
Non poteva lasciar la cosa cos leggermente.
"Sapete, Winifred: noi potremmo soltanto condurci l'un l'altro alla rovina, voi ed io: diventare anormali."
"Ebbene, disse lei, anche se fosse cos, perch l'altra?"
"Il mio matrimonio? Non lo so. Istinto."
"Ognuno ha tanti istinti" sorrise lei amara.
Era una nuova idea per lui.
Lei alz braccia, le distese al di sopra del capo, con un gesto di stanchezza. Erano belle, forti braccia. Ricordavano a Coutts le Baccanti d'Euripide: bianche, rotonde, lunghe braccia. Il sollevare le braccia, sollevava i sensi. Lei si lasci cadere d'un tratto come se inerte, abbandonando le braccia contro cuscini.
"Veramente non vedo perch voi dobbiate - disse lei tristemente ma non senza una punta di ironia - perch noi dobbiamo sempre essere in lotta".
"Oh, s: lo vedete benissimo" replic lui. Era un attimo di sospensione, senza via d'uscita, ch'egli non riusciva a sopportare.
"Inoltre - continu lui ridendo - la colpa  vostra".
"Sono cos cattiva?" ghign lei.
"Peggio che cattiva" disse lui.
"Ma - lei si mosse irritata - stiamo al nostro punto".
"Che punto? - chiese lui, e aggiunse sorridendo - sapete: a voi piace soltanto la caccia all'oca selvatica".
"Certamente - lei rispose lamentosa -. Sento troppo la mancanza di voi. Voi mi fate inverosimile la vostra vita".
"Davvero! - replic lui amaro -. E non  che per questo che sentite la mia mancanza? La mia vita dovrebbe servire da specchio alla vostra fredda lucidit. Non volete capir niente della mia lentezza di sangue e d'ossa. Volete che io vi serva da specchio per guardarvici dentro".
"Gi! - replic lei affrontando il suo fervore -. A me rimproverate la mancanza d'espansione, la nebbia dei simboli".
"Se lo faccio,  perch lo volete".
"Io non so niente di tutto questo". Lei lo guard fredda: era in collera.
"No?" disse lui.
Ancora una volta, s'odiavano l'un l'altro.
"Gli antichi - disse lui ridendo - davano, se non sbaglio, agli dei il grasso e gli intestini e mangiavano essi stessi il resto. Voi non siete dea, ch'io mi sappia".
"Mi meraviglia che, tra le vostre conoscenze di presbiterio, non abbiate imparato maniere migliori" rispose lei con freddo disprezzo. Lui chiuse gli occhi e s'allung sulla poltrona le gambe distese verso di lei.
"Suppongo che siamo selvaggi civilizzati" rispose freddamente. Segu un gran silenzio.
Alfine, aprendo gli occhi di nuovo, egli disse: "Dovr andarmene senz'altro, Winifred. Son gi passate le undici - e l'appello della sua voce fin gaiamente -. Per quanto io sappia di dover passare ancora per tutti gli addii della Traviata, prima di congedarmi davvero". Sorrise gentilmente a lei, poi chiuse ancora gli occhi, avvertendo una profonda ma vaga sofferenza. Lei giaceva sulla poltrona, voltando la faccia rosea verso il fuoco. Senza porvi lo sguardo, egli vedeva il bianco avvicinarsi della gola al petto. Gli pareva di scorgerla con un nuovo sconosciuto senso che agisse attraverso tutto il di lui corpo. Lei giaceva perfettamente tranquilla e calda nel riverbero del fuoco. Era lui che, in modo vago ma sicuro, avvertiva una sofferenza.
"S - disse lei alfine - se fossimo legati insieme, non potremmo che distruggerci l'un l'altro".
Lui la guard fiso, sentendola per la prima volta ammettere questo punto di cui era cos sicuro.
"Non dovreste mai sposare nessuno" disse.
"E voi invece - replic lei ironica - dovreste abbassare il capo per lasciarvi metter la briglia e lasciarvi guidare?"
"Certo, c' da fare di me un buonissimo, rispettabile trottatore - riconobbe lui ridendo - Non vedete ch'io aspetto proprio questo?"
"Non ne sono sicura" rise lei a sua volta.
"Io cos credo".
"Va bene, se lo credete voi".
Rimasero silenziosi per qualche tempo. La lampada ardeva bianca come un plenilunio, e la fiamma rosseggiava come un tramonto. Non c'era moto n scintilla.
"E che cosa intendete di fare" egli chiese.
Ella non rispose che con un piccolo riso stanco, a fior di labbra.
"Se voi siete cos di getto come voi dite - osserv soltanto - io sono invece galleggiante e finir col giacere su qualche riva".
"Oh! - replic lui polemizzante - da quando in qua siete un rottame?"
Lei rise pronta, con un suono che parve un tinno di lacrime.
"Mia cara Winifred!" grid lui con disperazione.
Lei lev le braccia verso di lui, nascondendovi nel mezzo la faccia, guardando su, attraverso la bianca chiostra, con occhi oscuri e incauti, come per un'invocazione. Il petto di lui si sollev verso le proteggenti braccia. Rabbrivid, chiuse gli occhi, e si contenne rigido. Sent le di lei braccia ricadere pesanti.
"Devo andare" disse con voce confusa.
Gli incalzanti brividi che lo percorrevano gi per la parte anteriore del corpo e degli arti lo obbligarono a stendersi, a stendersi forte.
"S - assent lei gravemente - dovete andare".
Egli si volse a lei. Guardandolo di nuovo oscuramente, di sotto le abbassate ciglia, lei sollev le mani verso di lui, come piccole bianche orchidee. Senza sapere quel che si facesse, egli afferr i polsi con una stretta che segn un orlo bianco nel rosso delle di lui unghie.
"Addio!" disse guardandola gi. Lei ebbe un piccolo gemito, sollevando la faccia in modo che gli fu accanto aperta e viva come un fiore levatosi d'improvviso su d'un forte, bianco stelo. Lei pareva estendersi, riempire il mondo, diventare atmosfera e universo. Egli non sapeva quel che stesse facendo. S'era inchinato in avanti, la sua bocca su quella di lei, le sue braccia intorno al suo collo, ancora stringendo i suoi polsi quasi facendo scomparire il sangue di sotto le unghie nella violenza della stretta. Rimasero per qualche istante cos, rigidi. Poi, stanca della tensione, lei si abbandon. Volse la faccia e gli offr la gola, bianca, soda, opima, al di sotto dell'orecchio. Inchinandosi sempre pi in basso, tanto da fremere in ogni fibra per lo sforzo, lui volse la bocca al bacio. Nell'intenso silenzio sent il profondo, confuso pulsare del di lui sangue ed un minuto vibrar della fiamma nella lampada.
Alz poi la donna su dalla poltrona sino a lui. Lei si lasci sollevare, le braccia sempre intorno al suo collo, fino a che non fu al livello col petto di lui che stava in piedi, le gambe aperte, stringendola forte, con la propria bocca sul collo di lei. Lei volse la testa d'improvviso, per incontrare in un pieno bacio la rossa bocca di lui. Lui sent i suoi baffi, respinti indietro dalle labbra di lei, premere contro la propria pelle. Era il primo bacio che ella avesse dato con piena passione. Confuso, egli sentiva l'incalzare d'un grande impulso, come se tutto il suo corpo non fosse che un cuore pulsante con violenza. Gli pareva, con un intollerabile dolore, che il suo cuore si mettesse a pulsare in lei nella stessa notte, tanto che ogni cosa fosse pervasa dal suo congestionato, scoppiante corpo.
L'urto divent cos forte che lo port fuori dal confuso aggirarsi delle cose nella chiara consapevolezza. Lei alzava le labbra volgendole altrove e lasciandogli la gola. Lei aveva gi avuto abbastanza. Lui apr gli occhi nel chinarsi con la bocca sul collo di lei: e rimase sorpreso: tutti gli oggetti della stanza erano al loro posto, immobili e l, proprio sotto il suo sguardo, erano le socchiuse ciglia della donna, languenti nella di lei innaturale marea di passione. La vide cos, e cap che lei non voleva da lui che quel bacio. E la pesante forma della donna pendeva ormai da lui che aveva le sue labbra a livello della di lei gola: ed anche cos abbandonata com'era alle sue braccia, lei lo stava gi allontanando gradualmente. Tutto il corpo gli doleva con pesante intensit, come una vena esausta: ed il cuore gli pareva morto d'angoscia e disperazione. Quella donna l'angosciava e lo feriva a morte: con l'altra donna era falso. Mentre rabbrividiva per la sofferenza, apr gli occhi di nuovo e fu attratto dal puro avorio della lampada: Il suo cuore lampeggi di rabbia.
Con un subitaneo involontario urto del piede egli fece traballare la colonnina della lampada. La lampada scivol gi e cadde con fracasso sul biondo, lucido pavimento. In un attimo una siepe bluastra di fiamme fremette guizzando innanzi ad essi. La fiamma blu s'avvicin a lei con una lingua gialla che lamb il suo abito ed il suo braccio. Convulsa, senza fare alcun suono, lei s'aggrapp a lui, quasi soffocandolo.
Egli la prese su e la port di peso fuor della stanza. Liberandosi dalla sua stretta, le pass le braccia gi pel corpo, spegnendo le fiamme che incominciavano ad arderle il vestito. La di lui faccia era bruciacchiata. Guardando la donna, poteva appena vederla.
"Non sono ferita - gridava lei - ma voi?"
La domestica accorreva. Le fiamme si stavano abbassando e ondeggiavano nel salottino. Lui si stacc da lei, tir uno dei grandi tappeti di lana sulla fiamma, poi rimase per un minuto ad osservare l'oscurit.
Winifred lo guardava mentre lui le passava d'accanto.
"No, no - rispose lui mentre stavan frugando intorno alla serratura -. Io non sono ferito. Un enorme imbecille sono stato, un enorme imbecille".
Un minuto dopo era uscito, con le mani rosso-bruciacchiate, protendendole come un cieco gi per la strada.
...
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Fine.
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NUOVA EVA E VECCHIO ADAMO.
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Capitolo  1.
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"Dopo tutto - disse lei con un sorrisetto - non riesco a capire.  molto strano che torniate a casa da me, se siete cos in collera nel ritornare".
"Avreste preferito che fossi rimasto via?" domand lui.
"Non me ne sarei data alcun pensiero".
"Avreste preferito che fossi rimasto un giorno o due a Parigi, o, meglio, una notte o due?"
Lei scoppi in una piccola risata cinica.
"Voi! - esclam - voi nel turbine delle notti parigine! Nel vortice dei piaceri! che figura da stupido ci avreste fatto!"
"Eppure - disse lui - potrei provarmici".
"Dite, piuttosto, che vorrete provarvici. Vi vedo gi importunare una donna con un: Volete prendermi con voi? Mia moglie  cos poco cortese con me!"
Lui bevette il suo tea in silenzio. Erano marito e moglie da un anno appena, e s'erano sposati in fretta per amore. E da tre mesi ormai durava quella quasi continua battaglia tra loro, che tante coppie coniugali combattono senza sapere il perch. Ora era ricominciata di nuovo. Egli sentiva il fisico malessere crescere in lui. In qualche parte gi, nelle viscere, tornava il polso febbrile, l dov'era il centro dell'infiammazione causata da quel conflitto tra i due.
Lei una bella donna sui trent'anni, bionda, lussureggiante, dalle superbe spalle e dalla faccia animata da una proterva, congenita vitalit. Gli occhi verdi avevano proprio ora una strana, enigmatica contrazione. Sedeva appoggiandosi sulla tavola, assorta, di contro il vassoio del tea. Pareva che si battesse nel marito contro se stessa. La toletta nera si rifletteva nell'argento, innanzi al rosso del caminetto. Sporgendosi, distratta, in avanti, traeva alcune margherite dalla coppa e le intrecciava a tratti nella treccia che le girava intorno al capo alla maniera campagnola. Cos, con la sua piccola disseminata aureola di fiori, aveva qualcosa d'una Gretchen: ma gli occhi s'ostinavano nello strano mezzo-sorriso.
D'un tratto la faccia s'abbass cupa. Pieg le belle braccia appoggiandole sulla tavola. Sedette poi quasi concentrata, come se non volesse ad alcun costo cedere. Lui stava guardando al di fuori della finestra. Con un vivo movimento lei dette un'occhiata alle proprie mani. Si tolse via l'anello nuziale, cerc nella coppa il pi lungo stelo e, infilatolo nell'anello, ve lo fece girare attorno guardando l'oro mentre lo faceva girare cos come un arcolaio sotto il suo impulso. Eppure, c'era qualcosa di iraconda, cattiva bimba, mentre faceva cos.
L'uomo sedette accanto al fuoco, stanco ma guardingo. Il suo corpo pareva cos decisamente fermo, a causa della tensione su cui era tenuto. Le sue membra, magre e vigorose, erano tese come in ascolto, sempre pronte per l'azione, bench tenute perfettamente immobili. La faccia era chiusa e senza espressione. La moglie era intanto, a dispetto di se stessa, conscia di lui, come se la guancia che verso di lui rivolgeva avesse un senso speciale per avvertirlo. Erano stati resi ormai entrambi quasi forze elementari, impersonali, dalla battaglia e dalla sofferenza.
Lei s'alz e and alla finestra. Il loro appartamento era al quarto piano, l'ultimo d'una gran casa. Di fronte, sopra un bel tetto rosso dall'alto orlo, era un gran gruppo di fili telegrafici, quadrato, compatto, cui fili innumerevoli traevano da ogni parte, arrivando dense oscure linee dal bianco cielo. Di sopra, a grande altezza, volava un alcione. Di gi, dalla citt, saliva un rumore di traffico.
Poi, dietro l'orlo dell'opposto tetto, un uomo sal verso la torre dei fili, s'assicur con una cinta in mezzo alla rete dei fili e cominci a lavorare, intentissimo. Un altro uomo, sporgente a mezzo dell'orlo del tetto, gli veniva porgendo il filo. L'uomo dal cielo si chinava per riceverlo. L'altro, consegnato tutto il filo, scomparve. Il solitario continu a lavorare intento. Poi parve distratto dal suo compito. Guard attorno quasi furtivo dalla sua solitaria altezza per gli spazi che incalzavano su di lui. I suoi occhi s'incontrarono con quelli della bella donna che stava alla finestra in abito da pomeriggio, con fiori nei capelli.
"Mi piacete" disse lei con voce normale.
Il marito, ch'era nella stanza con lei, guard attorno lento e domand: "Chi  che vi piace?"
Non ricevendo alcuna risposta, ritorn al suo perplesso silenzio.
Lei rimase a guardare dalla finestra al di sopra della piccola quieta via delle grandi case. L'uomo sospeso l, nel cielo, continuava a guardarla, e lei lui. Al di sotto s'estendeva la citt. Gli occhi di lei e quelli di lui s'incontravano attraverso l'eccelso degli spazi. Poi, raccogliendosi di nuovo dal suo oblio, egli si richiuse entro il suo lavoro e non guard pi. Ora discendeva: e la torre dei fili rimase vuota contro il cielo.
La donna dette un'occhiata al piccolo parco, in fine della chiara, grigia via. La rimpicciolita figura blu-scura d'un soldato si vedeva passare tra i verdi strati d'erba, con gli speroni che marcavano di deboli riflessi il passo.
Lei si ritrasse poi dalla finestra, come se richiamata dal marito. Egli era seduto ancora immobile e distaccato da lei, duro, assolutamente lontano in ispirito. Lei and ciondolandosi e s'accoccol sul tappeto, posando il capo sulle ginocchia di lui.
"Non siate orrido con me" invoc con voce carezzosa, languida, impersonale. Lui strinse forte i denti, e le sue labbra s'aprirono con una sottile pena.
"Voi sapete d'amarmi" essa continu con la stessa implorante, strascicante voce. Lui sospir forte ma tenne duro.
"Non  vero?" ella prosegu pianissimo, cingendogli il petto con le braccia, al di sotto della giacca, e traendolo a s. Pareva che fiamme gli scorressero sotto la pelle.
"Non ho mai detto di no" disse lui legnoso.
"S - invoc lei con la stessa pesante atona voce - s, voi vi provate sempre a dir di no". Stava carezzandogli con una guancia il ginocchio, dolcemente. Poi ebbe un piccolo sorriso e scosse il capo. "Ma non vi giova a niente". Volse su lo sguardo verso di lui. C'era una curiosa luce negli occhi di lui: di sottile vittoria. "Non giova a niente, non  vero, amor mio?"
Il suo cuore s'accendeva. Credeva ormai davvero che non servisse a niente provar di negare ch'egli l'amava. Ma lui vedeva i suoi occhi: e la sua volont restava chiusa e dura. Lei, guardava nel fuoco.
"Vi dispiace, eh, di dovermi amare? - lei chiese con una voce pensosa attraverso cui scintillava vagamente il trionfo - Vi dispiace d'amarmi, ed  grazioso e cattivo dal lato vostro. Vi dispiace di non poter restare lontano da me. Vi dispiace d'aver dovuto tornare in fretta da Parigi per me".
La sua voce era ridiventata del tutto impersonale, come se stesse parlando a se stessa.
"In ogni modo - disse lui - questo dev'essere un vostro trionfo".
Lei dette in una subitanea risata piena d'amaro disprezzo.
"Ah! - rispose - che trionfo dev'essere per me, imbecille? Tenetevelo voi tutto: io non saprei che farne".
"Ed io lo piglio infatti".
"Tenetevelo pure - grid lei in piena ostilit -. Io ve ne regalo spesso".
"Oh, no: il trionfo lo vorreste voi, tutto voi".
"Bugia! Siete voi, soltanto voi, che non sapete trattare una donna. Non sono, certo, io che manco di buona volont".
"Ah, basta, basta!"
"E se non insistessi io, non caverei mai niente da voi. Non pensate che a voi stesso, egoista, egoista sempre... Ecco quel che siete".
La faccia di lui restava chiusa e senza espressione. Lei guardava su, a lui. D'un tratto l'attrasse di nuovo a s e nascose la sua faccia su di lui.
"Non mi respingete, Piero - invoc - quando mi riavvicino a voi".
"Voi non vi riavvicinate a me" rispose lui ostinato.
Lei sollev il capo un po' via da lui e parve ascoltare o pensare.
"Che cosa fare dunque?" chiese lei per la prima volta quietamente.
"Voi mi trattate come un pezzo di torta, da divorare ogni volta che ve ne venga il capriccio...".
Lei s'alz da lui con un grido ironico spregiante, che pur aveva qualcosa di vuoto.
"Trattarvi come un pezzo di torta - grid - io che ho tutto sacrificato per voi".
Fu picchiato alla porta e la domestica entr con un telegramma. Egli l'apr.
"Non c' risposta" disse. E la domestica chiuse piano la porta.
"Suppongo sia per voi" disse lui amaro, porgendo il foglietto. Lei lesse, rise, poi rilesse forte. Siate Arco di Marmo. 7.30. Teatro. Riccardo. "Chi  Riccardo?" chiese al marito piuttosto interessata.
"Nessuno dei miei conoscenti - rispose lui. - Chi  dunque?"
"Non ne ho la pi vaga idea" disse lei disinvolta.
"Ma - ed i suoi occhi diventarono minacciosi - voi dovete sapere".
Lei d'un tratto divent calma e raccolse ghignando la sua sfida.
"Perch dovrei saperlo io?" chiese.
"Perch non  per me. Quindi dovrebbe essere per voi".
"E non potrebb'essere per qualcun altro?" ghign lei.
"Moest. 14 - Merrilies, Street" egli lesse in tono decisivo.
Per la seconda volta lei parve non capire e farsi seria.
"Via, stupido! - disse volgendo il capo altrove - Pensate a qualche vostro amico". E gitt via il telegramma.
"Non  per me" sentenzi lui, rigido e definitivo.
"Allora  per l'uomo nella luna. Scommetterei che il suo nome  Moest" replic lei con un ostile scoppio di risa.
"Volete dire che voi non ne sapete niente?" chiese lui.
"Volete dire? - canzon lei, parola per parola, ghignando -. Sicuro: voglio dire proprio questo, il mio ometto".
Lui divent furibondo ad un tratto pel disgusto.
"Vuol dire semplicemente che non vi credo" ribatt glaciale.
"Non mi credete? - ritorse lei sarcastica, canzonando la sentenziosit del marito -. Che disgrazia! L'ometto non crede".
"Escludo in modo assoluto che possa trattarsi d'una mia conoscenza" disse lui con lentezza.
"Allora - grid lei impazientita - tenete la lingua a posto. Io sono stufa".
Lui rimase silenzioso e lei usc in furia dalla stanza. In pochi minuti la sent nel salotto, improvvisare furiosa al pianoforte. Era un suono che lo faceva impazzire, qualcosa di implorante, incalzante e di maligno anche, che contrastava con lo struggimento. La sua musica anelava sempre ad un certo culmine che non raggiungeva mai, ricadendo sempre in un contrasto. Come la odiava! Accese una sigaretta e and alla dispensa per un whisky e soda. Poi lei cominci a cantare. Aveva una buona voce ma non sapeva tenere il tempo. Di solito gli riempiva il cuore di tenerezza per lei il sentirla arrabattarsi cos a suo modo attraverso i canti, facendo apparire Brahms cos diverso attraverso l'alterazione dei tempi. Ma oggi l'odiava per questo. Che diavolo le impediva di stare nella legge naturale della composizione?
Dopo una quindicina di minuti lei rientr ridendo. Rideva del chiudere la porta, rideva nell'avvicinarsi a lui seduto. "Oh, diceva, che sciocco! Non siete, forse, uno sciocco pagliaccio?"
S'accoccol tra le di lui ginocchia e gli mise le braccia intorno al collo. Gli rideva sulla faccia: e i verdi occhi che lo fissavano erano splendenti e vuoti. Ma egli osserv che c'era qualcosa in essi, un piccolo nodo che non riusciva a sciogliersi per lui, un piccolo gruppo ch'era come avversione per lui, odio ostinato. Le calde onde del sangue fluivano pel suo corpo, e gli pareva sentire il cuore sciogliersi sotto le di lei carezze. Ma finalmente, dopo molti mesi, la conosceva abbastanza bene. Conosceva quella curiosa piccola contrazione negli occhi di lei, ch'esigeva ch'egli le si sottomettesse per poi spronarlo ancora. Ed egli le resisteva, finch la vedeva l, negli occhi.
"Perch non mi permettete d'amarvi?" lei gli chiedeva implorante ma con una punta d'ironia nella voce. Egli strinse le mascelle.
"Avete forse paura?"
Egli sent il sogghigno.
"Paura di che?" chiese.
"Paura d'abbandonarvi".
Ci fu un silenzio. Lo rendeva furioso l'idea che potesse sedergli carezzosa cos sulle ginocchia, e, nello stesso tempo, burlarsi di lui.
"Che cosa ho fatto di me stesso?" chiese.
"Vi siete guardato bene dal darvi tutto a me, per paura di perdere qualcosa".
"Che cosa avrei dovuto perdere?" chiese lui.
Rimasero un istante silenziosi. Lei s'alz alla fine e si allontan da lui per andarsi a prendere una sigaretta. Nelle sue mani la scatola d'argento s'arross pel riflesso del caminetto. Lei accese un fiammifero, chiuse la scatola, gitt via lo stecchino, accese di nuovo, ne accese un altro.
"Perch avete avuto tanta fretta di tornare? - chiese insolente, con le labbra mezzo chiuse a causa della sigaretta -. Vi avevo detto che avevo bisogno di pace, che non ne avevo pi da un anno. E questi ultimi tre mesi non avete fatto altro che distruggermi".
"Non mi pare che vi siate sciupata tanto" replic lui sarcastico.
"Eppure - disse lei - io sto male dentro. Sono malata per voi, malata. Voi fate un'eterna richiesta, e non date niente in compenso. Voi esaurite una persona". Mand fuori alla maniera femminile una boccata di fumo, poi, d'un tratto si picchi la fronte con un selvaggio gesto. "Ho una sinistra sensazione di vuoto nel capo - aggiunse -. Sento che devo avere a tutti i costi un riposo, devo, devo".
La rabbia sal attraverso le vene di lui come una fiamma.
"Vi affaticate troppo?" egli chiese sarcastico, ma contenendosi.
"Voi m'affaticate, voi! - grid lei, sporgendo la testa verso di lui. Voi logorate l'anima d'una donna con la vostra fradicia vita. Suppongo che dipenda in parte dalla vostra salute e che non ne abbiate colpa - aggiunse con mitezza - ma, in ogni modo, io non ne posso pi, non ne posso pi, avete capito?"
Scosse la sigaretta sbadatamente in direzione del fuoco. La cenere cadde sul bel tappeto orientale. Lei ci dette un'occhiata ma non se ne cur. Lui sedette, rigido di rabbia.
"Posso chiedervi per quale ragione vi sentiate cos esaurita?" egli chiese.
Rimase silenziosa un momento, cercando parole pel suo sentimento. Poi agit appassionatamente una mano verso di lui e si tolse la sigaretta di bocca.
"Perch mi state troppo attorno, perch non mi lasciate mai sola. Io non ho mai pace da voi. Non so come facciate ma per me siete un'ossessione".
Egli sent di nuovo la rabbia investirgli il cervello.
"Troppo vaga la risposta" disse.
"Lo so - grid lei - non so trovare le vere parole, ma cos . Voi non amate. Io mi verso su voi e poi... tutto inutile. Voi non siete l... Voi non esistete".
Egli non parl per qualche istante, le mandibole strette dalla furia e dall'odio.
"Siamo arrivati all'incomprensibile - disse alfine -. Ed ora  tempo che mi parliate di Riccardo".
Era diventato quasi buio nella stanza. Lei sedette silenziosa per un istante poi si tolse la sigaretta dalle labbra e la guard.
"Vado ad incontrarlo". La sua voce, canzonatoria, pareva venire dal crepuscolo.
L'emozione quasi gli toglieva il respiro.
"Chi ?" bench egli non credesse alla seriet della cosa, pur essendoci un Riccardo di mezzo.
"Vi presenter a lui appena lo conoscer un po' meglio" disse lei. Egli esit.
"Ma chi ?"
"Vi dico: vi presenter pi tardi"
Ci fu una pausa.
"Posso venire con voi?"
"Sarebbe proprio degno di voi" rispose lei con una smorfietta ironica.
La domestica entr piano, per tirare le tende e accendere la luce. Marito e moglie aspettarono taciti.
"Suppongo - riprese lui quando la porta fu di nuovo chiusa - che Riccardo debba servirvi da riposo".
Lei prese il sarcasmo come un'affermazione seria.
"Certamente! - rispose -.  un uomo semplice, tenero, che vorrebbe amarmi senza tutte queste riserve e difficolt.  proprio quello di cui io ho bisogno".
"Ebbene voi siete perfettamente libera" disse lui.
"Ah! Non avete bisogno di dirmelo - replic lei ridendo -. Non bastereste certo voi a rubarmi la mia indipendenza".
"Intendevo parlare della vostra rendita" replic lui tranquillo, col cuore pieno d'amarezza.
"Ebbene - continu lei - andr a vestirmi."
Lui rimase senza muoversi, nella sua poltrona. Era troppa, la pena. Per qualche momento la grande infiammata pulsazione continu attraverso il suo corpo. And poi diminuendo ed egli si sent torpido. Non desiderava separarsi da lei a questo punto della loro unione; se si fossero divisi in una simile crisi probabilmente non si sarebbero mai pi riuniti. Ma se lei avesse insistito, sarebbe pur stato necessario. Egli si sarebbe allontanato per un mese. Avrebbe facilmente trovato affari in Italia: e al ritorno avrebbero pur potuto trovare una qualche rappezzatura della loro situazione domestica come tanti altri.
Si sentiva intorpidito e opaco dentro, e senza energia per alcuna cosa. Il pensiero di dover fare le valigie e prendere un treno per Milano lo interroriva. Avrebbe significato un enorme sforzo di volont: ma si sarebbe dovuto farlo, senza rimedio. Era ormai inutile aspettare in casa. Poteva restare in citt una notte, in casa del cognato ed andar via il giorno dopo. Sarebbe la miglior cosa dare a lei un p di tempo per rientrare in s. Lei era veramente un'impulsiva: e lui non desiderava affatto separarsi da lei.
Stava ancor seduto pensando, quando lei scese la scala. Era gi pronta ad uscire, in pelliccia e toque. C'era in lei qualcosa di raggiante, tra spiritoso e maligno. Era una bella donna, con la luminosa delicata faccia incorniciata cos dalla nera pelliccia.
"Mi volete dare un po' di denaro? - chiese -. Non ne ho affatto".
Egli prese due sovrane e glieli mise nella nera borsetta. Lei avrebbe voluto andarsene senza una parola di consolazione. La cosa gli fece di nuovo sanguinare il cuore.
"Preferireste che m'allontanassi per un mese?" le chiese calmo.
"S" rispose lei ostinata.
"Va bene, allora. Sar fatto. Domani rester in citt ma dormir in casa d'Edmondo".
"Non vi dispiace, non  vero?" chiese accettando l'idea ed esitando solo un tantino.
"Se voi lo preferite".
"Oh, io sono cos stanca!" lament lei.
Ma c'era anche esasperazione ed odio in quelle ultime parole.
"Bene! Siamo intesi" egli rispose.
Lei fin d'abbottonarsi il guanto.
"Partirete dunque?" chiese d'un tratto gaia, volgendosi per uscire, "Addio!"
Lui la odiava per l'insultante disinvoltura di quell'addio.
"Domani sar in casa d'Edmondo".
"Mi scriverete dall'Italia, non  vero?"
Egli non volle rispondere all'oziosa domanda.
"Avete tolto via dai capelli le margherite morte?"
"Non le ho tolte" rispose lei.
Ed estrasse lo spillo dal cappello.
"Riccardo mi crederebbe mezzo pazza" disse togliendosi gli smozzicati, giallastri frantumi. Si nett con cura sulla tavola gli imbiancati capelli, rimettendosi poi il cappello.
"Volete proprio ch'io vada?" chiese lui di nuovo, piuttosto implorante.
Lei aggrott le sopracciglia. La inaspriva dover resistere all'appello: eppure aveva nel cuore un preciso sentimento di repulsione per lui. Lo aveva amato anche, lo aveva amato teneramente. E lui non aveva avuto l'aria di tenerla in conto. Ed ora lei aveva proprio bisogno di liberarsi di lui per qualche tempo. L'amore, la passione che aveva avuto per lui, la legava ancora: ma aveva bisogno, prima di tutto e sopra di tutto, d'esser di nuovo libera di lui.
"S" lei gli rispose, quasi invocante.
"Sta bene" replic lui.
Lei venne a lui e gli mise le braccia intorno al collo. Lo spillo del cappellino lo punse sul capo. Ma egli si mosse: ed ella non lo not.
"A voi non fa troppo dispiacere, non  vero, amor mio?" gli chiese carezzosa.
"Tutto mi fa dispiacere e a tutto son pronto" disse lui.
Lei s'alz da lui, sconvolta, abbattuta, ma ben decisa.
"Io devo assolutamente avere un po' di pace" lei ripet.
Egli conosceva quel grido. Lei lo aveva ripetuto pi volte in quei due mesi. Lei l'aveva spregiato e s'era rifiutato tanto ad andarsene quanto a lasciarla andare. Ora sapeva che non c'era pi rimedio.
"Va bene - ripet - Andate a cercare la pace da Riccardo".
"S - ella esit -. Addio!" ripet: e se ne and.
Egli ud il suo cab che rotolava via. Non aveva idea di dove andasse: ma probabilmente da Madge, la sua amica.
Sal le scale per andare a far le valigie. La loro camera da letto lo fece soffrire. Da principio lei soleva dire che a tutto avrebbe potuto rinunciare fuorch al dormire con lui. Ed erano ancora sempre insieme. Una specie di cieca fatalit attraeva l'uno all'altro, anche quando, allorch lui l'avesse presa, si sentivano d'improvviso pi lontani che mai l'uno dall'altro. Era sembrato a lei che lui fosse stato materialista e brutale con lei e sentiva un orribile sentimento d'avversione per lui anche quando fisicamente lo desiderava ancora. Il corpo di lui aveva avuto sempre per lei una specie di fascino. Ma lo aveva avuto il suo corpo per lui? Pareva, sovente, che lui l'avesse soltanto servita o che avesse ubbidito a qualche impersonale istinto per cui, nell'amarlo, lei fosse soltanto uno strumento esterno. Cos, all'ultimo, si era ribellata a lui per allontanarlo da s. Egli pareva volerla seguire ad ogni costo, attrarre la vita di lei nella sua. Le pareva di diventare matta: egli aveva tutta l'aria di continuare cieco, senza avere alcuna idea di lei. Era come se fosse stata risucchiata fuori da se stessa da una forza sovrumana. Quanto a lui, sembrava solo uno strumento per il suo lavoro, i suoi affari, per niente una persona.. Le pareva, qualche volta, che lui fosse una gran penna stilografica che doveva suggere continuamente il sangue di lei per farne inchiostro.
Lui non riusciva a capir niente di questo. Lui l'amava: e non sapeva a nessun costo restar lontano da lei. Cercava di capirla e d'appagare ogni suo desiderio: ma non poteva capirla, non poteva capire le sue accuse, contro di lui. Era sicuro che, fisicamente, lei lo amasse o l'avesse amato; e fosse soddisfatta di lui. Sapeva anche che avrebbe potuto amare un altro uomo quasi altrettanto bene. Quanto al resto, egli era sempre lo stesso uomo. Non la capiva quando gli diceva che abusava di lei e nulla le dava in compenso. Forse non sapeva pensare abbastanza a lei come a persona diversa da lui: non vedeva quindi, n poteva vedere, che lei avesse davvero una vita personale, separata dalla sua. Egli si studiava ad immaginarsela in qualsiasi possibile maniera e a darle tutto quel che lei potesse desiderare. Tutto inutile! Lei non era mai soddisfatta. E negli ultimi tempi era gi un'effettiva divisione tra i due: e non s'erano pi riappacificati senza accorgersene. Ora doveva proprio decidersi ed andarsene.
E la sua imbottita toletta da sera - era un tantino strappata come la maggior parte delle sue cose - ed il suo specchio guarnito di perle (una mancava), tutte le sue non pratiche, frivole, adorabili cose lo ferivano mentr'egli s'aggirava per la stanza e gli riempivano il cuore d'odio, nel centro del suo amore.
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Capitolo  2.
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Invece d'andare dal cognato, and in un albergo per la notte. Soltanto quando fu nell'ascensore, col ragazzo accanto, cominci a capire d'essere appena ad un miglio incirca di distanza da casa sua, eppure ad una distanza che le miglia non avrebbero potuto pi misurare. Erano circa le nove. Egli odiava quella camera da letto, per comoda che fosse e senza ostentazione. Quel che gliela faceva insopportabile era precisamente quella sua neutralit di camera d'albergo. Sopra il letto c'era la semierotica immagine fiorentina di dama dagli occhi di gatto. Non era cattiva. Il solo altro ornamento delle pareti era un cartellino coi prezzi dei pasti e della stanza. Il letto era irreprensibile innanzi all'irreprensibile tavolino su cui era il necessario per scrivere. Gi, la quieta strada era mezzo illuminata e poca gente vi passava, quasi in bistorte ombre. E non era tardi; non erano che le nove e un quarto. Pens d'andare a letto ma fu attratto dalla bianca e lustra porta che lo divideva dal bagno, ed ebbe l'idea di fare un bagno per passatempo. Nello stanzino tutto era comodo e bianco e caldo: troppo caldo. La temperatura invariabilmente elevata dell'albergo, da cui non c'era riparo, pareva cos insopportabilmente alberghiera. L'unit che il termosifone creava nell'interno del grande edificio faceva troppo pensare ad un'enorme cassa con celle incubatrici. Egli lo trovava nauseante: ma, in ogni modo, la stanzino da bagno era piacevole, bianco e pratico e lussuoso.
Con la voluttuosa acqua calda e l'eccitante brivido della doccia, stava cercando di rianimare il corpo accasciato. Da quando lei aveva preso ad odiarlo egli aveva perduto a poco a poco quell'orgoglio fisico e quel fisico benessere, che i primi mesi di vita coniugali gli avevan recato. Il suo corpo non aveva pi alcun significato per lui, come se non esistesse pi. S'era accesa quell'esultanza, vi era stato il fisico splendore che traluce da ogni movimento di chi gode di se stesso amando riamato. Ora tutto questo era scomparso. Tutta la sua vita s'era concentrata in sforzo mentale, e il suo corpo gli pareva una mole in rovina. Non era proprio consapevole di questo ma era un istinto quello che gli faceva desiderare il bagno. Anche quella fu una delusione. And sotto la doccia col cervello tutto occupato da affari e da preoccupazioni per gli affari, ricevendo la crosciante acqua quasi senza accorgersene ed uscendone meccanicamente, come un uomo che passi per una trita rutine. Era gi asciutto e stava guardando fuori della finestra, senza aver avvertito alcunch di nuovo nell'ultima ora.
Ricord allora che lei non sapeva il suo indirizzo: e butt gi due righe e suon per fare impostare.
Appena ebbe spento la luce e non ci fu pi niente che potesse balenare intorno al suo mentale lavoro, questo cess e fu buio dentro di lui come di fuori. Era il suo sangue e l'elementare maschio in esso, che ora incalzava in lui: istinti oscuri lo soffocavano, e non poteva sopportare l'idea d'essere chiuso in quel grande, caldo palazzone: aveva bisogno d'uscire, di spazio che gli turbinasse attorno: ma di nuovo l'essere ragionevole ch'era in lui cap che era ridicolo, ed egli rimase con lo sguardo fiso nel buio, avendo l'orribile sensazione d'un tetto che s'abbassasse su di lui; mentre l'oscuro, sconosciuto essere che viveva al disotto della sua coscienza, nell'eterna tetraggine del suo sangue fremeva e infuriava ciecamente contro di lui.
Non erano i suoi pensieri quelli che lo rappresentavano. Essi galleggiavano come paglie o un iridescente olio su di un oscuro fiume. Egli immaginava lei, in abbozzi rapidi, che passava una brillante sera col simbolico Riccardo. Non aveva un gran significato per lui. In realt non era Riccardo quello che lo preoccupava. Egli aveva un'oscura, potente idea di lei: ch'essa aveva bisogno d'allontanarsi da lui e dalla profonda sotterranea intimit tra di essi nata, e ritornare ad una fluente vita quotidiana, che nulla sapesse di quotidiano lavoro sotterraneo e lo lasciasse scorrere a suo modo, senza mescolarsi in alcuna maniera con la vita mentale. Lei non poteva avere la pi profonda parte di se stessa in diretto contatto e sotto l'influenza d'alcun altro essere intrinseco. Lei aveva bisogno, nel pi profondo significato, di liberarsi di lui. Non poteva sopportare la stretta, banale intimit cui era stata ridotta. Aveva bisogno della sua vita per se stessa. Era vero: il suo pi forte desiderio era stato, prima, quello di conoscere un contatto nella pienezza del suo proprio essere, sino in fondo. Ora questo la tormentava: ella aveva bisogno di liberare le sue proprie radici. Sopra, all'aperto, tutt'era possibile, ma ella doveva vivere perfettamente libera e non, nelle sorgenti stesse della vita, esser congiunta con un altro essere. Di quel simbolico Riccardo lei stava servendosi come d'una vanga per tagliar lui fuori dal suolo. Ed egli si sentiva come un essere le cui radici s'ostinino nella terra in cui non possono tenere e la cui interna linfa, la vitale corrente, abbia preso ad andare continuamente, su e gi come qualcosa minacciata di dover uscire dai propri canali.
Questo tremendo dominio del suo pi elementare essere continu per ore, compiendo l'opera sua, mentre nella superficie mentale egli pensava al viaggio, all'italiano che avrebbe parlato, alla giacca che aveva lasciata in treno, a quella canaglia d'interprete che aveva tentato di dargli venti lire per un sovereign, all'uomo che in quella cappelleria dello Strand gli aveva dato un altro cambio truffaldinesco, alla moda dei cappelli e dei nuovi feltri, e cos via. Al di sotto di tutto questo, come un mare sotto un pontile da diporto, la sua vita elementare, fisica, s'agitava in grandi onde sotto il suo sangue ed i suoi tessuti, finito ormai il silenzioso flusso, i quieti piccoli risucchi. Il suo sangue, dalla cui profondit ogni cosa sorgeva, era scosso ormai sino al fondo dal di lei distacco, mareggiando furioso contro il di lui riposo e levandosi cieco per rimpiombare.
Senza saperlo, egli soffr in quella notte pi di quanto avesse mai sofferto in vita sua. Ma era tutto nel sub-conscio. Era la sua vita stessa. La sua vita stessa era in tempesta: non il suo pensiero ma la sua volont in esso cointessuta.
La mattina s'alz snello e quieto, senza troppo movimento n all'esterno n all'interno, solo con qualche schiarita da post-uragano. Sentiva il corpo come un guscio pulito e vuoto. Il pensiero era limpidamente chiaro. Egli fece toletta con una certa accuratezza; e a colazione, nel ristorante, era intorno a lui quell'aria di neutral correttezza che fa apparire gli uomini cos irreali.
A colazione arriv un telegramma. Non poteva essere che di lei un'idea simile.
"Venite pel tea, amor mio".
Quand'ebbe letto, ci fu un grande sforzo di resistenza in lui. Ma poi le forze gli mancarono. Con la sua lucidit cap quanto impulsiva e precipitosa ella dovesse essere stata quand'aveva spedito il telegramma: ed egli s'abbandon. Usc dicendo che sarebbe partito.
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Capitolo  3.
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Quando fu sull'ascensore che lo riportava al suo appartamento era quasi accecato dalla ressa delle circostanze. S'erano amati tanto in questa ch'era stata la sua prima casa. La ragazza venne ad aprirgli ed egli le sorrise affettuosamente. Nell'entrata color d'oro bruno e crema (Paola non voleva aver niente di pesante o oscuro intorno a s) svariava un mazzo d'azalee rosee e da un piccolo calice brillava ingenuamente qualche giglio.
Lei non usc ad incontrarlo.
"Il tea  nel salotto" annunci la domestica che appese il soprabito mentre Pietro entrava. Era una grande stanza, spaziosa, con una distesa di tappeto biancheggiante, quasi d'un color di marmo grezzo, ed un orlo grigio e roseo. Rose. Rose tenere svariavano su grandi cuscini bianchi: qua e l porcellane di Dresda e profonde poltrone e sof coperti di indiana, che parevano familiari: una stanza insomma in cui si poteva vivere in soffice e fresco agio, e non aveva alcunch di fragile, e che, nel vago crepuscolo primaverile, pareva pi luminosa che le strade all'esterno.
Paola s'alz, con qualcosa di regale e di radiante nell'aspetto: e gli porse la mano. Un giovanotto, che Pietro aveva appena notato, s'alz dall'altra parte del caminetto.
"V'aspettavo da un'ora" ella disse guardando negli occhi il marito. Ma per quanto guardasse a lui, non lo vedeva. Ed egli pieg la testa.
"Questo  un altro Moest - disse lei presentando lo straniero -. E conosce anche Riccardo"
Il giovinotto, un tedesco sui trent'anni, dalla ben rasata, estetica faccia e dai capelli tirati all'indietro in modo un po' faticoso e strano, ed inclini a ricadere confusamente in zazzera, tanto che il proprietario doveva nervosamente ricondurli a dovere con la fine mano, guard Pietro Moest e s'inchin. Aveva una faccia fine, ma i suoi occhi d'un celeste cupo erano assorti come se egli non sapesse del tutto dove si fosse. Sedette di nuovo, e la sua piacevole figura prese l'atteggiamento altezzoso dell'uomo che ha da dire cose che si devono ascoltare. Non gi che fosse presuntuoso o affettato: ma, o naturalmente sensitivo e piuttosto ingenuo, poteva soltanto respirare in un'atmosfera di letteratura e d'idee letterarie. Eppure aveva l'aria di sentire che c'era qualcosa d'altro nell'aria e di temere d'essere soverchiato. Aspettava la conversazione per aprirsi la sua via, come un insetto aspetta il sole per prendere il volo.
"Un altro Moest - spiegava Paola enfaticamente -. Proprio un altro Moest, di cui non avevamo sentito dir niente e che abita sotto il nostro stesso tetto".
Lo straniero rise muovendo nervosamente le labbra sui denti.
"Voi abitate in questa casa?" domand Pietro sorpreso.
Il giovanotto si scosse nella poltrona, pieg il capo e poi guard su di nuovo.
"S - rispose, incontrando gli occhi di Pietro come se fosse un po' confuso - vivo dai Lauries, al secondo piano".
Parlava l'inglese con lentezza, con una singolare, musicale qualit nella voce, ed una certa ritmica enunciazione.
"Capisco: ed il telegramma era per voi?" chiese Pietro.
"S" disse lo straniero, con un nervoso piccolo riso.
"Mio marito - interruppe Paola, evidentemente ripetendo al tedesco quel che gli aveva spiegato gi, e questa volta a vantaggio di Pietro - era proprio convinto ch'io avessi une affaire (lo pronunci in buon francese) con questo terribile Riccardo".
Il tedesco fece ancora il suo piccolo riso, e si mosse penosamente dignitoso, sulla sua poltrona.
"S" disse, con un'occhiata a Pietro.
"Avete passato una notte di virtuosa indignazione - chiese Paola ridendo al marito - nell'immaginare le mie perfidie?"
"No - rispose il marito -. Non siete stata da Madge?"
"No - disse lei. Poi rivolgendosi all'ospite: Chi  Riccardo, signor Moest?"
"Riccardo - cominci il tedesco marcando ogni parola -  mio cugino". E dette una pronta occhiata a Paola per vedere se lo si capiva. Lei fece frusciare le gonne e s'accomod bene, adagiandosi o quasi rincantucciandosi sul sof accanto al fuoco.
"Esso vive in Hampstead".
"E che aspetto ha?" chiese lei con vivo interesse.
Il tedesco fece la sua risatina: poi mosse le dita attraverso le sopracciglia col solito affannoso gesto. Guard infine coi suoi begli occhi celesti la bella padrona di casa.
"Io - e rise di nuovo con nervosit -.  un uomo le cui parti non sono molto... moltissimo conosciute a me. Vedete... - s'interruppe, e fu evidentemente che stava parlando ormai ad un immaginario uditorio - io non posso facilmente esprimermi in inglese. Non l'ho mai parlato. Parler, dal momento che non so nulla della moderna Inghilterra, una specie d'inglese del Rinascimento".
"Molto grazioso! - grid Paola -. Ma se voleste invece parlare tedesco, noi vi capiremmo abbastanza".
"Preferirei sentire un po' d'inglese del Rinascimento" disse Pietro Moest.
Paola era felicissima col nuovo straniero. Ascolt le descrizioni di Riccardo, spostandosi animatamente sul sof. Portava un nuovo vestito, d'un ricco color rosso tegola, liscio e lungo e soffice: ed aveva intrecciato margheritine come bottoni nella treccia che le cingeva la testa. Il marito odiava quelle familiarit, ma lei era troppo bella e di grande cordialit. Eppure, malgrado tanto calore e gentilezza, in fondo pensava il marito, non c'era che un quasi felino egoismo, una grande freddezza.
Lei stava recitando la commedia con lo straniero: o, meglio, no, non stava recitando. Era effettivamente assai occupata di lui. Il giovanotto era il discepolo favorito del pi famoso poeta e Meister della Germania d'oggi. Personalmente attendeva ad una traduzione di Shakespeare. Essendo sempre stato un poetico discepolo, non era mai venuto in contatto con la vita se non attraverso la letteratura: e per lui, poich era una bell'anima, con un umano bisogno di vivere, quest'era una tragedia. Paola non tard a scoprire che male avesse e fu ansiosa di venire in suo aiuto.
Le piaceva tuttavia che suo marito le fosse seduto a fianco e la guardasse. Lei dimentic di servire il tea tanto all'uno quanto all'altro. Pietro Moest e il tedesco dovettero servirsi da s: ed il primo dovette anche aiutare la moglie. Egli sedeva piuttosto nel retroscena, ascoltando e aspettando. Lei, col suo parlar di Riccardo allo straniero, lo aveva fatto passare per uno sciocco. Lui ne era un po' risentito: ma c'era avvezzo. Ora s'era lasciata completamente assorbire da quello squinternato, affamato giovane tedesco inselvatichito di letteratura, ch'era, per giunta, davvero amabile ed evidentemente un gentiluomo. Ed ora stava scoprendo in lui la di lei missione: "proprio come - pensava amaramente Pietro - un anno fa l'aveva scoperta in me. Non  una donna.  qualcosa dove c' tanto di quel cuore da regalarne a tutti, ma dev'essere come una camera di passaggio. Non ha cuore in senso privato, sacro, se non per se stessa, e l proprio non c' posto per nessuno".
Alla fine lo straniero si alz per andarsene e promise di ritornare.
"Non  adorabile? - grid Paola quando il marito fu ritornato nel salotto -. Per me  semplicemente adorabile".
"S." disse Pietro.
" venuto stamattina a chiedere del telegramma. Ma, povero diavolo, non  una vergogna quel che gli hanno fatto?"
"Che cosa gli hanno fatto?" chiese Pietro freddamente.
"Questa bella gente letterata! Piglia un giovane cos e ve lo scaraventa tra la divinit letteraria come un qualsiasi pezzo decorativo, un marmo da caminetto, che non deve pi muoversi dal suo posto ornamentale di second'ordine, mentre tutta la sua giovinezza se ne va.  semplicemente criminale".
"Non ha che a staccarsi dal caminetto" disse Moest.
Ma, dentro di lui, il suo cuore era esasperato contro Paola. Che c'entrava lei con quel giovane, dopo aver massacrato il marito a quel modo? Pietro aveva disgusto di quella carit pelosa, aperta a tutti come un'opera pia. Quella donna non aveva il nocciolo. Piena di generosit e grandezza e gentilezza, non aveva un tantino di cuore che le appartenesse, nessuna sicurezza, nessun posto per un solo uomo. Cominciava a capire ora che cosa fossero sirene e sfingi e simili favolose macchine greche. Non erano state create dalla fantasia ma da un amaro bisogno di sfogarsi, accumulato nel cuore dell'uomo.
"Ah! - rideva lei mezzo sprezzante - vi siete guarito voi stesso, o no, della vostra miserabile, torva smania d'isolamento? Dovevate proprio essere inchiodato al suolo: e dovevo inchiodarvici proprio io".
"Con la vostra solita carit" egli disse.
"Eh, lo so: voi potete disprezzare le difficolt di un altr'uomo" replic lei.
"Il vostro nome invece dovrebb'essere Panacea, non Paola" egli ritorse.
Si sentiva furioso e finito innanzi a lei. Poteva ormai anche guardarla senza tenerezza: e ne era contento. La odiava davvero. Lei pareva non accorgersene. Benissimo! Meglio cos!
"Oh, mi fa proprio pena vederlo - grid lei -.  chiuso in se e non sa prendere contatto con alcuno: e deve vivere una falsa vita letteraria, da uomo che prende la poesia come una droga. Bisognerebbe assolutamente aiutarlo."
Diceva proprio sul serio e con passione.
"S - disse lui - mettendolo dalla padella sulla brace".
"Io preferirei esser sulla brace al vivere in simile padella" disse lei astrattamente, con un piccolo brivido. Non si curava gran che di capire le intenzioni dei sarcasmi di suo marito.
Rimasero silenziosi. La domestica entr per il vassoio, e a chiedere se il signore sarebbe in casa per il pranzo. Egli aspett che rispondesse la moglie. Lei sedeva col mento nelle mani, almanaccando sul giovane tedesco, e non sent. La rabbia lampeggi nel cuore di lui. Egli avrebbe voluto tirarla fuori da quella falsa piet.
"No - rispose lui alla domestica -. Io credo di no. Siete a casa per pranzo, Paola?"
"S" rispose lei.
E lui, dal suo tono facile ed astratto, cap che lei intendeva che restasse anche lui; ma non si dette la pena di dire parola alcuna.
Alla fine, dopo qualche minuto, lei chiese: "E voi, che avete fatto?"
"Niente: sono andato presto a letto" replic lui.
"Avete dormito bene?"
"S, grazie".
Lui riconobbe le ridicole cerimonie tra marito e moglie, ed avrebbe voluto andarsene. Lei rimase silenziosa per un momento, poi domand con voce tranquilla e grave: "Perch non chiedete che cosa ho fatto io?"
"Perch non me ne curo. Voi siete andata a pranzo da qualcuno".
"Perch non ve ne curate? Mi pare che dovreste interessarvene".
"Delle cose che fate per far dispetto a me? Ah, no!"
"Ah! - disse lei ironica -. Io non ho fatto niente per vostro dispetto. Io faccio anche troppo sul serio".
"Anche col vostro Riccardo?"
"S - grid lei - avrebbe potuto esserci di mezzo un Riccardo. Ve ne importa?"
"In questo caso sareste stata una bugiarda e anche peggio. E perch allora dovrei curarmi di voi?"
"Non vi curate di me" disse lei ombrosamente.
"Potete dire quel che vi pare".
Lei rimase un minuto silenziosa.
"E non avete fatto assolutamente niente l'altra notte?" riprese.
"Ho fatto un bagno e sono andato a letto".
Lei riflett.
"No - concluse - non vi curate di me".
Egli non si prese la pena di rispondere. Dolcemente, una piccola pendola di porcellana suon le sei.
"Partir per l'Italia nel mattino" egli disse.
"Va bene".
"E - aggiunse piano, forzando le parole - allogger in Milano all'Aquila d'oro. Sapete il mio indirizzo".
"S".
"Rester via circa un mese e voi potrete riposarvi".
"S - disse lei in gola, con un piccolo disprezzo per lui e la sua rigidit. Egli, suo malgrado, sentiva il fiato grosso. Sentiva che quella partenza era l'effettiva separazione delle loro anime e segnava un punto oltre il quale non sarebbero pi andati: ma accettava il matrimonio come un relativo fallimento. E s ch'egli aveva costruito da quel matrimonio tutta la sua vita! Lei lo accusava di non amarla. Lui stringeva i bracciuoli della poltrona. C'era, in quello, qualcosa di vero? Desiderava egli soltanto gli attributi che andavano con lei, la pace del cuore che l'uomo ha vivendo con una donna, anche se l'amore nella coppia non sia completo; quell'appartatezza ed unit nella vita, che la rende facile; quella stabilit dell'uomo ammogliato che si sente in casa propria; quel sentimento d'essere necessario in un luogo dove una donna esiste - e non che vi sia soltanto spesata ma vi esista realmente, per prendersi cura del marito? Aveva lui veramente bisogno di queste cose e non di lei? Ma lui aveva bisogno di lei per quelle cose, di lei e di nessun'altra. Ma questo non poteva bastare a lei? Forse egli le aveva fatto torto: era possibile. Quel che ella diceva contro lui era serio. E quel che lei diceva sul serio egli doveva credere, alla lunga, non essendo che la manifestazione dell'esser suo. Egli si sentiva sconsolato e affranto.
Nel raccolto crepuscolo della stanza, la vedeva fissare il fuoco e mordersi senza riposo un'unghia, senza accorgersene. E la spossatezza di lui era infinita al comprendere che lei soffriva troppo, che qualcosa la stava consumando. Qualcosa nell'aspetto di lei, il raccolto umile, strano sguardo lo faceva quasi svenire di tenerezza per lei.
"Non vi mordete le unghie", le disse quietamente: e lei obbediente si tolse la mano dalla bocca. Il cuore di lui stava battendo forte. Egli poteva sentire che l'atmosfera della camera stava mutando. Prima, tutto v'era solenne e rigido come dentro una cassa. Ora invece tutto vi diventava tiepido come quell'atmosfera cui egli stesso partecipava, e tutto intimamente fuso.
Il suo pensiero ritorn alle di lei accuse; ed il suo cuore, come un uccello chiuso in gabbia, batt contro quello ch'egli non poteva capire. Lei diceva che lui non l'amava: ma lui sapeva, alla sua maniera, d'amarla. Alla sua maniera: ed era proprio una strada sbagliata? La sua strada era se stesso, egli pensava difendendosi. Poteva esserci nella sua natura qualcosa di sbagliato, di difettoso, che gli impedisse d'amare? Egli si batteva furiosamente contro quell'idea, come se fosse in una rete e non potesse uscirne. Non poteva credere ad un difetto della sua natura. Che difetto? Fisico no, certamente. Lei diceva che non si sarebbe mai mutato, che non era fatto per lei appunto perch non poteva mutarsi. Che cosa intendeva dire con quel "non poter mutarsi?" Pareva dovesse trattarsi di qualche destrezza acrobatica, di qualche bravura contorsionistica. No, non riusciva a capire: il suo cuore ardeva di risentimento. Lei non sapeva far altro che trovar difetti in lui. Che cosa le importava in sostanza di lui, se poteva rimproverarlo di non saper neppur prendersi una donnina quand'era a Parigi? Il suo cuore in realt, costretto a renderle giustizia, riconosceva che, appunto per questo, ella doveva davvero amare.
Ma era troppo complicato e difficile, e gi, mentre sedevano pensosi, le cose s'erano ancora guastate tra i due, confuse, orribilmente confuse, tanto da non poter pi respirare. Voleva andarsene. Poteva pranzare all'albergo e andare a teatro.
"Ebbene - disse con indifferenza - devo andare. Andr a vedere La pecora nera".
Lei non rispose. Poi si volt e lo guard con uno strano, mezzo selvaggio, mezzo perverso sorriso che sembrava conscio di pena. I suoi occhi, splendendo piuttosto dilatati e trionfanti, eppure con qualcosa d'affannoso e d'implorante nel fondo, lo fissavano. Egli non poteva capire e tra il suo appello ed il suo provocante trionfo, si sentiva oppresso al punto da non poter respirare.
"Amor mio" disse lei con un lieve accento melodioso e astratto, e le labbra sporgentisi lievemente verso di lui, e gli occhi largo-splendenti. Eppure parve a lui che quell'appellativo non fosse a lui rivolto.
Il cuore acceso gli impediva di respirare. Si strinse alla poltrona come un uomo che stesse per essere messo sotto tortura.
"Che cosa?" domand fissandola a sua volta.
"Oh, amor mio!" disse lei pianissimo, con un piccolo, intenso riso nel volto, che lo fece ansare. Lei s'alz dal sof e and verso di lui, pronta, poi, esitante, gli mise le mani sui capelli. Il sangue investiva come una fiamma la sua coscienza: e l'urto era acuto come una gioia, come l'effondersi di qualcosa che incalza al cedere dell'ostacolo e prima che l'impeto si plachi. Impaurito, con le dita le tocc la mano, mentre lei s'insinuava pronta tra le sue ginocchia e gli metteva la faccia sul petto. Lui premeva forte la testa di lei contro il proprio petto: e pi volte la fiamma gli scese pel sangue al sentire la piccola rotonda testa che, tra le sue mani, premeva il petto dove l'urto era stato cos distruggitore e profondo. I suoi polsi tremavano al premere cos quel capo: e gli pareva di liberarsi d'un peso mortale: la vera vita, liberata, gli tornava a fluire pel corpo. Con quanta fatica l'aveva compresso, e contro di lei, quando lei lo odiava. Stava ora respirando, forte, con sollievo, premendo ciecamente quella testa. Credeva di nuovo in lei.
Lei guardava su, ridendo, infantile, invitandolo con le labbra. Egli si chin a baciarla e, mentre chiudeva gli occhi, vide quelli di lei chiusi. Il sentimento di ristoro poteva appena essere sopportato.
"M'amate?" sussurr lei in una breve estasi.
Lui non rispose se non con una stretta delle braccia serrandola un poco pi forte a s. Ed amava quei serici capelli ed il loro naturale odore: e gli dispiaceva che le margherite ch'essa vi aveva intrecciate cominciassero ad appassire. Gli dispiaceva che la offendessero con quel morire.
Non aveva capito ma l'angoscia era passata. Era tranquillo e la osservava dalla sua sensitiva quiete, un po' confusamente, incapace ancora di una piena lucidit. Lei era tenera per lui, protettiva e radiante, ed anche ridente come una bimba felice,
"Dobbiamo dire a Maud ch'io pranzer qui" egli disse.
Era il suo solito! Sempre pronto a cogliere il lato pratico delle circostanze, e a profittar delle apparenze. Lei rise un tantino, ironica. Perch avrebbe dovuto togliere le braccia dal collo di lei proprio per dire a Maud che sarebbe rimasto a pranzo?
"Andr" ella disse.
Egli tir le tende e accese la luce nella grande lampada d'angolo. La stanza era in penombra, in un pallido tepore. Egli la trovava deliziosa.
La moglie appena torn ed ebbe chiusa la porta, lev le braccia verso di lui in una piccola estasi, avanzandosi. Si abbracciarono stretti, corpo a corpo. E l'intensit del sentimento era per lui cos acuta che gli pareva di dileguare, di fondersi tra le mani di lei in qualcosa di morbido e di plastico. E questa connessione con lei era pi grande che la vita e la morte. E al fondo del suo cuore era un singulto.
Lei fu gaia e avvincente al pranzo. Come due amanti, stavano deliziosamente aspettando la sopravveniente notte. Ma rimaneva sempre in lui qualcosa del desolato sentimento lasciatogli dalla notte anteriore.
"Non andrete in Italia" disse lei come se fosse gi cosa intesa.
Essa gli dette le migliori cose da mangiare, e fu sollecita del suo benessere, cosa che non era nelle sue abitudini. Gli dava un profondo, timido piacere. Ricordava alcuni versi che lei soleva citare come prediletti. Non li aveva mai sentiti adattati a se stesso.
Riscaldo sui miei seni le tue suole,
il vin ti mesco, condisco io i suoi cibi;
ed umilmente, se il signor lo vuole,
giaccio con lui nei profumati drappi.
Glieli diceva qualche volta quei versi guardandolo dal guanciale: ma lei non li aveva mai presi sul serio. Lei poteva, nella sua improvvisa passione, porre i piedi di lui sul seno: ma egli non si sentiva davvero un signore, n pi angosciato e insignificante che a quei tempi. Da bimba ella s'era lasciata forse soggiogare dai suoi giocattoli; ed egli era qualche volta come il suo giocattolo maggiore. E la cosa non gli dispiaceva... purch...
Poi, vedendo qualche piccolo modo spaventato che lei aveva di guardarlo, ritornava l'angoscia. Egli l'amava, e non ci sarebbe mai stata pace tra di loro. Lei non gli sarebbe mai appartenuta come moglie. Lei lo piglierebbe e lo ributterebbe, come una amante. E forse proprio per quella ragione lui l'amerebbe anche di pi. Sarebbe potuto accadere proprio questo.
Ma, questa volta, dimentic. Di qualunque cosa si trattasse, ella lo amava: e, qualunque cosa dovesse accader dopo, quella sera era il signore. Che gli importava se doveva essere deposto l'indomani e odiato da lei? Gli occhi di lei, grandi e candidi, lo fissavano un po' meravigliati, un po' sperduti. Lei sapeva che lui non aveva ancora del tutto receduto: se lo teneva stretto vicino.
"Amor mio - gli mormorava consolante - amor mio!"
E gli metteva le dita nei capelli, piegandoli in piccole curve molli, giocando con essi e dimenticando ogni altra cosa. A lui piaceva assai quel sentirsi i capelli carezzati e sollevati cos da lei leggermente, in punta di dita e trasformati, come ella diceva, in quelli d'Apollo. Lei gli sollevava poi la faccia per vedere come paresse: e lo baciava con un piccolo riso d'amore. E lui amava il sentirsi cos esaltato da lei; ma aveva sempre il vago, lacerante sentimento che l'indomani lei non l'avrebbe pi amato, che quel che lo esaltava era soltanto il grande bisogno d'amore, che lei aveva. Egli sapeva di non essere un re: non si sentiva un re neppure quando lei lo stava coronando e baciando.
"Mi ami?" chiedeva lei, sussurando scherzosa.
La teneva stretta e la baciava, mentre il sangue lo incalzava nel cuore.
"Lo sai" rispondeva lui con uno sforzo...
Pi tardi, al tenerla stretta con una passione dolorosamente intensa, le parole incalzanti gli spinsero le labbra: "Carne della mia carne, Paola, vuoi?..."
"S, amor mio" lei rispose consolante.
Lui si mordeva le labbra con pena. Per lui quell'appello era quasi un'agonia.
"Ma, Paola, io intendo dire, carne della mia carne,... come una moglie...".
Lei gli stringeva attorno le braccia senza rispondere. E lui sapeva, e lei sapeva, ch'era quello per lei un escluderlo.
...
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Capitolo  4.
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Due mesi pi tardi, lei gli scriveva in Italia: "La vostra idea della vostra donna  che essa sia un'estensione, una costola di voi stesso, senza alcuna esistenza sua propria. Ch'io per me stessa sia un essere,  un'idea che non pu entrarvi in testa. Avrei tanto voluto annullarmi in un uomo: e questo ho sempre tentato di fare con voi. Io vi ho sempre amato...
"Voi direte "Io ero paziente". E lo chiamate esser paziente il seguire soltanto le proprie necessit, come avete fatto voi? La pi essenziale vita voi l'avevate da me sempre, e vi tenevate cos alto soltanto perch avevate paura.
"L'imperdonabile era che voi mi dicevate di amarmi. I vostri sentimenti per me in questi ultimi tre mesi non erano che di odio, cosa che non vi impediva affatto di prendere da me amore ed ogni mio respiro. Sotto sotto, voi mi distruggevate in una sottile, corrotta maniera, di cui non m'accorgevo perch vi credevo quando voi mi dicevate d'amarmi.
"Non vi perdoner mai la maniera con cui m'avete aggirata in questi ultimi tre mesi. Io mi davo a voi onestamente e sempre invano e raggirata. Tutto questo sforzo m'ha fatto letteralmente impazzire.
"Voi mi dite che io tragicizzo ma io non ricorro ad alcuno dei vostri miserabili raggiri. Voi state sempre, come un furbo nemico, attraendo qualcuno a rivelarsi: ma vi tenete intanto al sicuro, ben nascosto.
Questo significa praticamente, per me, che la vita  finita, la mia fede nella vita. Spero ancora di ritrovarla, ma non sarebbe mai con voi...".
Al che egli rispose: " strano ch'io possa aver mascherato qualcosa dal momento che non c' pi alcuna maschera: e non vi sar difficile quindi lo sperare di riavervi senza di me. Per conto mio, senza di voi io sono un uomo veramente finito. Ma voi mentite a voi stessa. Voi non volevate affatto amare me: e non sarete capace d'amare alcun altro al di fuori di voi stessa".
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...
FINE.